
Roy Keane e l’ossessione per le maglie delle Wags: «Ridicolo, un anno dopo divorziano»
L’ex capitano dello United attacca le compagne dei calciatori che ai Mondiali indossano la maglia col nome del partner, riaccendendo un dibattito culturale su orgoglio, immagine e autonomia.
The Overlap podcast, Roy Keane siede accanto a Gary Neville e Ian Wright. Quando la conversazione tocca i Mondiali, il suo volto si rabbuia. «Se potessi mandare qualcosa nella stanza 101», dice, «sarebbe il Mondiale: quando mogli e fidanzate vanno allo stadio con la maglia col nome del marito sulla schiena. Wow...». In studio scoppia una risata nervosa, il conduttore fatica a capire. Keane incalza: «I bambini vanno bene, ma le compagne che indicano il nome... ridicolo». L’irritazione dell’irlandese è palpabile.
Per Keane, quel gesto è ipocrita: «Molti un anno dopo sono già separati», aggiunge. E poi: «Non lo fanno a Old Trafford ogni settimana, perché solo ai Mondiali?». Ian Wright prova a difenderle: «È fiera di lui, vuole indossare la sua maglia». Ma Keane non arretra. L’episodio rievoca una lunga ostilità: già nel 2014 aveva criticato Lisa, moglie di Michael Carrick, e anni dopo l’aveva punzecchiata di nuovo in un podcast, insinuando che fosse lei a dettare la tattica del marito allenatore. Per l’ex mediano, la presenza femminile sembra un’intrusione nella purezza del gioco.
L’invettiva si inserisce nella storia delle WAGs, acronimo nato sui tabloid britannici durante i Mondiali tedeschi del 2006. Come ricorda un’analisi francese, allora compagne come Victoria Beckham venivano fotografate a bordo piscina e accusate di distrarre i giocatori, tanto da essere additate come causa dell’eliminazione inglese contro il Portogallo. Negli anni, il termine ha generato neologismi come ‘Wagatha Christie’ e reality show che hanno trasformato il fenomeno in spettacolo.
Oggi, però, il profilo delle WAGs è mutato. Molte sono imprenditrici e influencer con milioni di follower: da Georgina Rodriguez ad Antonela Roccuzzo. I paparazzi non le braccano più; sono loro a decidere se mostrarsi. Al Mondiale 2026, notano i media britannici, alcune non hanno nemmeno fatto il viaggio, per motivi logistici ma anche professionali. Indossare la maglia del partner diventa così un gesto meno scontato: non più un trofeo da esibire, ma una scelta.
Forse proprio nel contrasto tra l’antica etichetta di ‘trophy wife’ e l’autonomia delle nuove WAGs sta il nervo scoperto toccato da Keane. La sua invettiva svela un residuo di imbarazzo per un’esibizione che, nell’era del personal branding, appare quasi naïve. Sullo schermo dello studio, dopo la sfuriata, resta la risata imbarazzata di Neville e Wright, e fuori, negli stadi, le maglie con i nomi dei calciatori: forse oggi più un vezzo nostalgico che una dichiarazione d’amore.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Le dichiarazioni di Roy Keane sulle compagne dei calciatori inglesi che indossano maglie con il cognome ai Mondiali vengono presentate come una leggera controversia. L'articolo riporta la sua distinzione tra bambini e adulti e la sua previsione di separazioni, senza prendere posizione. Tratta l'episodio come una piccola disputa tra celebrità.
Un'agenzia iraniana inquadra le critiche di Keane come una scandalosa esposizione dell'immoralità occidentale. Il report sottolinea la sua rabbia e disgusto, interpretando il comportamento delle Wags come segno di decadenza sociale. Il tono è di disapprovazione verso le compagne dei calciatori che si appropriano della loro fama.
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