
Quarant’anni senza Borges: la svizzera cospirazione della ragione
Nel cuore dell’Europa, come scriveva, «stanno cospirando». A quattro decenni dalla scomparsa, l’autore argentino torna a interrogare il presente tra teatro, poesia e l’eredità di un patto elvetico dimenticato.
«En el centro de Europa están conspirando». Così si apre l’ultimo poema dell’ultimo libro di Jorge Luis Borges, Los conjurados, testamento in versi in cui lo scrittore argentino sceglie Ginevra – la città dell’adolescenza, del rifugio e della sepoltura – come epicentro di una silenziosa cospirazione della ragione. Vi si celebra l’atto del 1° agosto 1291, il patto federale elvetico, «la strana risoluzione di essere ragionevoli» presa da uomini di stirpi, lingue e fedi diverse. A quarant’anni dalla morte, proprio quella Ginevra che ne custodisce la tomba riemerge come chiave per leggere l’intera opera borgesiana: non un esilio, ma il luogo simbolico di una convivenza possibile.
Dal Cono Sud lo sguardo si fa più intimo e dolente. Nel 1986 la notizia della scomparsa trovò le prime pagine argentine e messicane in piena Coppa del Mondo: El Universal di Città del Messico la illustrò con una caricatura, mentre la vedova María Kodama raccontava di un «compagno meraviglioso, un cavaliere vittorioso e timidissimo», l’uomo che le aveva insegnato «le cose che contano davvero». A Mendoza, dove Borges ricevette la sua prima laurea honoris causa, ancora si tramandano storie di poemi inediti e di un labirinto di affetti e di carte. Ernesto Sabato, in quei giorni, parlò di una perdita mondiale e di un Nobel immeritatamente negato, mentre già si levava il coro di chi, come in certe poesie ritrovate, sentiva che «siamo ormai l’oblio che saremo».
L’Europa non si limita a ricordare: rimette Borges in scena. In Italia, a quarant’anni esatti dalla scomparsa, il regista e attore Massimiliano Finazzer Flory porta nei teatri estivi Lo specchio di Borges, un viaggio tra racconti e versi cuciti sulle note di Astor Piazzolla, con la fisarmonica di Sergio Scappini. L’idea di partenza è squisitamente borgesiana: i sogni sono un genere letterario, forse il più antico, e non c’è nulla di più vero di una finzione. Tra specchi, scacchi e labirinti sonori, il palco diventa il luogo in cui la vertigine metafisica dell’autore di Ficciones dialoga con la musica e con un presente che fatica a trovare ragioni comuni.
Eppure, il messaggio più radicale giunge da una lirica del 1985, «Los justos», sempre da Los conjurados. Vi si descrivono persone che si ignorano e stanno salvando il mondo: chi coltiva un giardino come voleva Voltaire, chi scopre con piacere un’etimologia, due impiegati che giocano a scacchi in un caffè del Sud, un tipografo che compone bene una pagina, una donna e un uomo che leggono terzine finali di un canto, chi accarezza un animale addormentato, chi preferisce che gli altri abbiano ragione. È una geografia minima e universale che non ha bisogno di eroi, ma di atti di attenzione, di giustizia quotidiana. Per gli analisti europei e latinoamericani, questo elogio della mitezza risuona oggi come un antidoto alle lacerazioni del discorso pubblico.
A quarant’anni di distanza, quella cospirazione ginevrina appare più attuale che mai. Non serve immaginare chissà quali congiure: per Borges, il mondo si salva in un mosaico di gesti anonimi, nello stupore per Stevenson o per la musica, nella capacità di sentirsi parte di un patto che precede le bandiere. Mentre l’Italia e l’Europa riscoprono il suo teatro mentale e l’Argentina custodisce il labirinto della memoria, l’eredità del poeta cieco continua a sussurrare che essere ragionevoli resta la più sovversiva delle risoluzioni.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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A quarant'anni dalla morte, la stampa latinoamericana ricorda Borges come un poeta universale che nel suo ultimo libro immaginò una cospirazione di persone ragionevoli a Ginevra, città della sua adolescenza e sepoltura. Vengono rievocati i legami con province come Mendoza e la cronaca della sua scomparsa nel 1986, durante i Mondiali. Il tono è di celebrazione letteraria e rivendicazione del suo messaggio umanista.
A quarant'anni dalla scomparsa, un regista italiano porta in scena un viaggio di parole e note ispirato a Borges, partendo dall'idea che i sogni siano un genere letterario. L'evento culturale estivo restituisce voce alle opere dello scrittore argentino, interrogando il presente attraverso il suo specchio.
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