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Geopolitica e politicamercoledì 17 giugno 2026

Pauline Hanson e il sogno monoculturale: l’Australia che guarda a Trump e Le Pen

Tra proteste e indagini di polizia, la leader di One Nation delinea un futuro senza immigrazione e diritti, mentre i sondaggi la incoronano anti-Albanese.

L’irruzione di un attivista con uno striscione giallo alle sue spalle non ha scalfito la determinazione di Pauline Hanson. Mercoledì, al National Press Club di Canberra, la leader del partito sovranista One Nation ha tenuto il suo primo discorso nella sede simbolo del giornalismo politico australiano, trasformandolo in un manifesto contro il multiculturalismo, l’immigrazione e le istituzioni che, a suo dire, hanno «erroso l’identità nazionale». Il gesto dimostrativo — un banner calato da un meccanismo nascosto con la scritta «Mi sono opposta a un aumento per i lavoratori, ma mi sono presa 100mila dollari di aumento» — è stato rivendicato dal gruppo attivista GetUp e ha innescato un’indagine della polizia federale. Ma l’attenzione, più che sulla protesta, si è concentrata sul contenuto di un discorso che delinea l’architettura di un’Australia radicalmente diversa.

Per oltre cinquanta minuti, Hanson ha attaccato il «radicalismo islamico», ha promesso di smantellare il dipartimento per il cambiamento climatico e ha invocato una società «monoculturale» sotto un unico ombrello identitario. Non si è trattato di semplici slogan: il senatore del Queensland, affiancato dall’ex vicepremier Barnaby Joyce come portavoce economico, ha anticipato la volontà di ridurre le tutele dei lavoratori per «salvare le piccole imprese» e di rendere più facile il licenziamento dei dipendenti «pigri». Un programma che, secondo analisti europei, ricorda da vicino le piattaforme del Rassemblement National di Marine Le Pen e di Fratelli d’Italia, con un mix di protezionismo economico, chiusura culturale e disprezzo per le élite mediatiche.

L’incidente dello striscione ha sollevato interrogativi sulla sicurezza. Il National Press Club si è scusato, precisando che due persone avevano installato il banner senza autorizzazione il giorno precedente, e ha deferito il caso alla polizia federale. Lo staff di Hanson ha parlato di «rischi per l’incolumità» della leader e ha chiesto il ban a vita per GetUp e per il suo responsabile campagne, David Sharaz. L’episodio, pur marginale, ha amplificato la narrativa vittimista che One Nation coltiva da tempo, rafforzando l’immagine di un’outsider perseguitata dal sistema.

La vera novità, tuttavia, è la legittimazione elettorale. I sondaggi collocano Hanson come premier preferita dagli australiani, superando il laburista Anthony Albanese. One Nation è oggi il partito più popolare del paese, un’ascesa che ha spinto esponenti liberali come Tony Pasin a ipotizzare un patto elettorale con la destra radicale per sconfiggere i laburisti. Da Bruxelles, dove si osservano con apprensione le derive illiberali nelle democrazie mature, il fenomeno Hanson viene letto come l’ennesimo sintomo di una frattura tra élite e cittadini che l’Europa conosce bene. Per l’Italia, che ha visto la normalizzazione di forze un tempo considerate estreme, il laboratorio australiano offre uno specchio inquietante: quando la rabbia anti-sistema incontra una leadership carismatica, i confini del dicibile si spostano rapidamente.

Se Hanson dovesse concretizzare le sue minacce — dall’uscita da organismi internazionali all’abolizione di agenzie federali — Canberra rischierebbe un isolamento diplomatico che Pechino e Giacarta osserverebbero con attenzione, data la rilevanza delle relazioni con l’Asia musulmana. Il discorso del Press Club non è stato solo una provocazione: è stato il disvelamento di un progetto di governo che, per quanto «brutto» — come lo ha definito un commentatore —, parla a una fetta crescente di elettorato. La domanda, ora, è se i partiti tradizionali sapranno arginarlo o se, come già accaduto altrove, sceglieranno di imitarlo.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 1 lingue

24%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa giapponese-coreana
Stampa atlantica / anglosfera/ progressista
allarmescetticismo

Pauline Hanson ha usato il suo primo discorso al National Press Club per denunciare il multiculturalismo, la scienza del clima e le emittenti pubbliche, mentre un attivista di GetUp ha srotolato uno striscione che la accusava di ipocrisia sui salari. L'episodio è visto come un segnale di un'ondata di destra in crescita in Australia, con il populismo di lunga data di Hanson che ora risuona più ampiamente.

Stampa giapponese-coreana
pragmatismodistacco

La leader di One Nation Pauline Hanson ha dichiarato che l'Australia deve diventare monoculturale, incolpando l'immigrazione per la carenza di alloggi e l'aumento degli affitti. La dichiarazione è stata riportata senza commenti editoriali, concentrandosi sulla sua logica politica.

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Pauline Hanson e il sogno monoculturale: l’Australia che guarda a Trump e Le Pen

Tra proteste e indagini di polizia, la leader di One Nation delinea un futuro senza immigrazione e diritti, mentre i sondaggi la incoronano anti-Albanese.

L’irruzione di un attivista con uno striscione giallo alle sue spalle non ha scalfito la determinazione di Pauline Hanson. Mercoledì, al National Press Club di Canberra, la leader del partito sovranista One Nation ha tenuto il suo primo discorso nella sede simbolo del giornalismo politico australiano, trasformandolo in un manifesto contro il multiculturalismo, l’immigrazione e le istituzioni che, a suo dire, hanno «erroso l’identità nazionale». Il gesto dimostrativo — un banner calato da un meccanismo nascosto con la scritta «Mi sono opposta a un aumento per i lavoratori, ma mi sono presa 100mila dollari di aumento» — è stato rivendicato dal gruppo attivista GetUp e ha innescato un’indagine della polizia federale. Ma l’attenzione, più che sulla protesta, si è concentrata sul contenuto di un discorso che delinea l’architettura di un’Australia radicalmente diversa.

Per oltre cinquanta minuti, Hanson ha attaccato il «radicalismo islamico», ha promesso di smantellare il dipartimento per il cambiamento climatico e ha invocato una società «monoculturale» sotto un unico ombrello identitario. Non si è trattato di semplici slogan: il senatore del Queensland, affiancato dall’ex vicepremier Barnaby Joyce come portavoce economico, ha anticipato la volontà di ridurre le tutele dei lavoratori per «salvare le piccole imprese» e di rendere più facile il licenziamento dei dipendenti «pigri». Un programma che, secondo analisti europei, ricorda da vicino le piattaforme del Rassemblement National di Marine Le Pen e di Fratelli d’Italia, con un mix di protezionismo economico, chiusura culturale e disprezzo per le élite mediatiche.

L’incidente dello striscione ha sollevato interrogativi sulla sicurezza. Il National Press Club si è scusato, precisando che due persone avevano installato il banner senza autorizzazione il giorno precedente, e ha deferito il caso alla polizia federale. Lo staff di Hanson ha parlato di «rischi per l’incolumità» della leader e ha chiesto il ban a vita per GetUp e per il suo responsabile campagne, David Sharaz. L’episodio, pur marginale, ha amplificato la narrativa vittimista che One Nation coltiva da tempo, rafforzando l’immagine di un’outsider perseguitata dal sistema.

La vera novità, tuttavia, è la legittimazione elettorale. I sondaggi collocano Hanson come premier preferita dagli australiani, superando il laburista Anthony Albanese. One Nation è oggi il partito più popolare del paese, un’ascesa che ha spinto esponenti liberali come Tony Pasin a ipotizzare un patto elettorale con la destra radicale per sconfiggere i laburisti. Da Bruxelles, dove si osservano con apprensione le derive illiberali nelle democrazie mature, il fenomeno Hanson viene letto come l’ennesimo sintomo di una frattura tra élite e cittadini che l’Europa conosce bene. Per l’Italia, che ha visto la normalizzazione di forze un tempo considerate estreme, il laboratorio australiano offre uno specchio inquietante: quando la rabbia anti-sistema incontra una leadership carismatica, i confini del dicibile si spostano rapidamente.

Se Hanson dovesse concretizzare le sue minacce — dall’uscita da organismi internazionali all’abolizione di agenzie federali — Canberra rischierebbe un isolamento diplomatico che Pechino e Giacarta osserverebbero con attenzione, data la rilevanza delle relazioni con l’Asia musulmana. Il discorso del Press Club non è stato solo una provocazione: è stato il disvelamento di un progetto di governo che, per quanto «brutto» — come lo ha definito un commentatore —, parla a una fetta crescente di elettorato. La domanda, ora, è se i partiti tradizionali sapranno arginarlo o se, come già accaduto altrove, sceglieranno di imitarlo.

Divergenza delle fonti

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24%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa atlantica / anglosferaStampa giapponese-coreana
Stampa atlantica / anglosfera/ progressista
allarmescetticismo

Pauline Hanson ha usato il suo primo discorso al National Press Club per denunciare il multiculturalismo, la scienza del clima e le emittenti pubbliche, mentre un attivista di GetUp ha srotolato uno striscione che la accusava di ipocrisia sui salari. L'episodio è visto come un segnale di un'ondata di destra in crescita in Australia, con il populismo di lunga data di Hanson che ora risuona più ampiamente.

Stampa giapponese-coreana
pragmatismodistacco

La leader di One Nation Pauline Hanson ha dichiarato che l'Australia deve diventare monoculturale, incolpando l'immigrazione per la carenza di alloggi e l'aumento degli affitti. La dichiarazione è stata riportata senza commenti editoriali, concentrandosi sulla sua logica politica.

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