
Oro in altalena: rimbalzo sui colloqui USA-Iran, ma la settimana chiude in rosso
L'ipotesi di un'intesa per fermare il conflitto nel Golfo fa impennare i futures, ma le attese di rialzo dei tassi mantengono il metallo sotto pressione.
Venerdì i mercati dell'oro hanno vissuto una seduta schizofrenica, con i futures con consegna ad agosto balzati del 3% fino a 4.238,8 dollari l'oncia sul Comex di New York. La scintilla è arrivata dalle indiscrezioni su un possibile memorandum tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo, notizia che ha fatto crollare le quotazioni del petrolio e riacceso l'appetito per il metallo giallo. Da Teheran, tuttavia, l'agenzia Fars ha subito smentito le voci, citando fonti vicine ai negoziati, ricordando quanto il sentiero della de-escalation resti fragile e costellato di smentite incrociate.
L'impennata del venerdì non è bastata a riscattare una settimana ampiamente negativa: l'oro spot ha ceduto oltre il 2,3%, mentre i contratti future hanno accumulato un ribasso del 2,84%. Il vero freno, secondo gli analisti delle principali piazze finanziarie, resta la prospettiva di una politica monetaria sempre più restrittiva su entrambe le sponde dell'Atlantico. Con la Banca centrale europea attesa a un nuovo rialzo dei tassi e la Federal Reserve determinata a non mollare la presa, il costo-opportunità di detenere un asset che non genera rendimento come l'oro diventa proibitivo. In Europa, e in particolare per i risparmiatori italiani abituati a considerare il lingotto un bene rifugio, questo scenario sta già modificando le strategie di portafoglio, spostando liquidità verso obbligazioni a breve termine.
Lo sguardo degli operatori è ora puntato sull'inflazione, più che sulle tensioni geopolitiche. Peter Fertig, analista tedesco di Quantitative Commodity Research, avverte che se la dinamica dei prezzi al consumo dovesse accelerare nei prossimi mesi, il metallo potrebbe perforare il supporto psicologico dei 4.000 dollari. Una prospettiva condivisa anche oltreoceano: Peter Grant di Zaner Metals sottolinea come l'inflazione sia destinata a restare appiccicosa anche con il petrolio in calo, alimentando scetticismo sulla capacità delle banche centrali di allentare la stretta. La tradizionale funzione dell'oro come copertura contro l'inflazione viene così messa in ombra dall'ascesa dei rendimenti reali.
Per l'Europa mediterranea, il nodo è duplice. Un oro più debole riduce il costo delle importazioni di materia prima per la gioielleria di Valenza e Arezzo, ma segnala al contempo un quadro di tassi alti che appesantisce il debito sovrano italiano e spagnolo. La cautela è d'obbligo: molto dipenderà dalla piega che prenderanno i colloqui nel Golfo e dalla prossima riunione della BCE. In un intreccio di guerra, energia e politica monetaria, l'oro si conferma termometro sensibile delle ansie globali più che bene rifugio a prova di ogni tempesta.
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I futures dell'oro sono saliti del 3% venerdì a 4.238,80 dollari l'oncia, sostenuti dalla speranza di un accordo USA-Iran che allenti le tensioni geopolitiche. Nonostante il rialzo giornaliero, il metallo ha chiuso la settimana in ribasso, poiché la prospettiva di tassi d'interesse americani più elevati ne riduce l'attrattiva. Il mercato resta concentrato sui segnali di politica monetaria e sul loro impatto sugli asset che non generano rendimento.
I prezzi dell'oro sono saliti temporaneamente nella speranza di un accordo USA-Iran per porre fine alla guerra, ma la tendenza settimanale è rimasta negativa. Gli analisti avvertono che l'inflazione persisterà anche se i prezzi del petrolio scenderanno, e i mercati si aspettano ulteriori rialzi dei tassi da BCE e Federal Reserve. Il conflitto è inquadrato come una guerra imposta all'Iran, sottolineando una condizione di vittima pur riconoscendo le più ampie pressioni economiche.
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