
Nuovi dazi Usa sul lavoro forzato: la Cina protesta, l’Europa resta al riparo
Dal 24 luglio Washington impone tariffe tra il 10 e il 12,5% a sessanta economie. Pechino denuncia unilateralismo, Bruxelles e Londra confermano la tenuta degli accordi commerciali privilegiati.
Il 24 luglio sono entrati in vigore nuovi dazi statunitensi sulle importazioni da sessanta Paesi, con aliquote del 10 o del 12,5 per cento, motivati da presunte carenze nella prevenzione del lavoro forzato. Le misure, adottate ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, sostituiscono un dazio globale temporaneo in scadenza, dopo che a febbraio la Corte Suprema aveva annullato i dazi reciproci imposti dal presidente Donald Trump. Secondo l’Ufficio del rappresentante commerciale statunitense, l’intervento è necessario per applicare con rigore il divieto di importare beni prodotti con sfruttamento lavorativo e per spingere i partner ad adeguarsi.
La Cina, colpita dall’aliquota più alta (12,5%), ha reagito con durezza. Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato che Pechino «si oppone a ogni forma di misura tariffaria unilaterale», avvertendo che «le guerre tariffarie e commerciali non sono nell’interesse di alcuna parte». Non sono state annunciate contromisure immediate, ma la tensione si riaccende proprio mentre i due Paesi stavano negoziando un nuovo Consiglio bilaterale per il commercio e una riduzione reciproca dei dazi per un valore di 30 miliardi di dollari.
L’Unione Europea, da Bruxelles, ha preso atto della pubblicazione delle misure e ha sottolineato che queste sono «in linea con gli impegni tariffari concordati nella dichiarazione congiunta di Turnberry». Un portavoce della Commissione ha ricordato che l’Ue ha già rispettato la propria parte dell’accordo e si aspetta che Washington continui a fare altrettanto. Anche il Regno Unito ha minimizzato l’impatto: il tetto del 10% rimane in vigore grazie all’intesa privilegiata raggiunta l’anno scorso, e «non comporta cambiamenti» per le imprese britanniche. Più critici i governi di Canada, Australia e Brasile, che hanno respinto le accuse di lavoro forzato definendo i dazi «arbitrari» e «ingiustificati».
Il nuovo scudo tariffario tocca circa il 99% dell’import statunitense, ma lascia fuori i beni già soggetti a dazi settoriali come auto e acciaio. Le economie che hanno già adottato divieti contro il lavoro forzato – tra cui Canada, Ue e Regno Unito – sono state colpite con l’aliquota ridotta del 10%, mentre altri grandi partner commerciali come India e Giappone subiscono il 12,5%. Per l’Italia e per l’Europa l’esposizione diretta resta limitata, ma il clima di incertezza prodotta dalla rinnovata offensiva protezionistica rischia di rallentare la già fragile ripresa del commercio globale. I prossimi sviluppi dipenderanno dalla tenuta dei canali diplomatici e dalla possibile risposta cinese, mentre a Bruxelles si monitora l’evoluzione delle indagini ex Sezione 301 per scongiurare ulteriori frizioni.
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