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Sportdomenica 14 giugno 2026

Mondiale a 48 squadre, la rivolta delle federazioni afro-asiatiche contro Ceferin

Tredici paesi dall'Africa ai Caraibi hanno firmato un comunicato congiunto per respingere le parole del presidente Uefa, che aveva definito «poco interessanti» molte partite del nuovo formato.

Un fronte compatto e inedito, che unisce le federazioni calcistiche di tredici paesi dall’Africa subsahariana al Maghreb, dai Caraibi all’Asia centrale, ha scelto la via della diplomazia pubblica per rispondere al presidente della Uefa, Aleksander Čeferin. In un comunicato diffuso nella serata di domenica, le associazioni di Capo Verde, Curaçao, Uzbekistan, Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio e Sudafrica hanno espresso «profonda delusione» e un «rifiuto rispettoso ma fermo» delle dichiarazioni con cui il dirigente sloveno avrebbe bollato come «prive di interesse» numerose partite del prossimo Mondiale, il primo allargato a quarantotto nazionali.

Le parole incriminate, riportate dalla stampa slovena e rimbalzate sui media internazionali, arrivavano in un momento delicato: la Coppa del Mondo 2026, ospitata da Stati Uniti, Canada e Messico, inaugura il formato espanso voluto dalla Fifa di Gianni Infantino, con l’obiettivo dichiarato di rendere il torneo più inclusivo e di generare maggiori ricavi. Čeferin, da tempo scettico sull’allargamento, vi ha letto invece un rischio di diluizione della qualità tecnica e di appesantimento del calendario. Una posizione che a Nyon e in buona parte dell’establishment calcistico europeo appare come una difesa dell’eccellenza sportiva, ma che fuori dai confini del Vecchio Continente è stata interpretata come l’ennesimo gesto di supponenza neocoloniale.

«Per i nostri paesi non esiste una partita di Coppa del Mondo senza importanza», recita il passaggio centrale del comunicato, che sottolinea come per debuttanti assoluti quali Capo Verde, Curaçao e Uzbekistan la qualificazione rappresenti «un traguardo storico e la realizzazione di un sogno tramandato di generazione in generazione», mentre per nazioni come la Repubblica Democratica del Congo e Haiti il ritorno sul palcoscenico iridato dopo lunghi decenni di assenza ha un valore simbolico che travalica il rettangolo verde. Le federazioni africane e asiatiche, sostenute dai caraibici, hanno voluto ricordare che dietro ogni maglia ci sono «i sacrifici e le aspirazioni di giocatori, allenatori, club, dirigenti e tifosi di tutto il mondo», e che ridurre quelle partite a un intrattenimento di serie B significa ignorare la funzione democratizzante dello sport.

La vicenda assume contorni più ampi se letta dalla prospettiva italiana ed europea. L’Italia, assente dall’ultima edizione qatariota e ancora in corsa per un posto nel 2026, conosce bene il paradosso di un Mondiale allargato: da un lato offre una rete di sicurezza a grandi nazionali in crisi, dall’altro rischia di svalutare il percorso di qualificazione. Ma la reazione delle tredici federazioni mostra che il vero nodo è politico. L’allargamento è stato approvato con il voto determinante dei paesi extraeuropei, che in Fifa hanno la maggioranza numerica e che vedono nella partecipazione al torneo uno strumento di sviluppo interno e di visibilità globale. Čeferin, rappresentante di un’Europa che controlla la quota maggiore di ricavi e talenti, si trova così a incarnare, forse suo malgrado, la resistenza di un ordine che le nuove geografie del calcio stanno lentamente erodendo.

Al di là delle polemiche, il comunicato congiunto segnala una maturazione politica delle federazioni minori, sempre meno disposte a subire in silenzio le narrative prodotte dai centri di potere tradizionali. La Coppa del Mondo 2026 sarà il banco di prova: se da un lato i puristi temono un torneo annacquato, dall’altro la storia del calcio è piena di partite date per «inutili» che hanno scritto pagine memorabili. Forse la vera grandezza del Mondiale sta proprio nella sua capacità di trasformare l’insignificante in epico, un gol alla volta.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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paternalismoironia

Le critiche del presidente UEFA al formato allargato dei Mondiali hanno scatenato la reazione delle federazioni più piccole, che ora contrattaccano. Dal punto di vista europeo, l'allargamento è visto con scetticismo e la protesta viene derubricata come una reazione eccessiva di 'nani mondiali' le cui partite sono considerate poco interessanti.

Stampa africana subsahariana/ anglofona
indignazionepragmatismo

Le federazioni calcistiche di Africa, Caraibi e Asia hanno duramente redarguito il presidente UEFA per aver definito 'poco interessanti' molte partite del Mondiale allargato. Sottolineano che per i loro paesi ogni incontro mondiale è una pietra miliare storica e nessuna partita è priva di significato. La dichiarazione congiunta è un fermo ma dignitoso rifiuto della condiscendenza europea.

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