
Lagarde frena sui tassi, ma la guerra scuote l’Africa e riaccende il dossier yuan
La presidente della BCE esclude per ora una stretta più energica, mentre il FMI denuncia il crollo degli aiuti allo sviluppo e i danni collaterali del conflitto mediorientale sulle economie più fragili.
Davanti alla commissione per gli affari economici del Parlamento europeo, Christine Lagarde ha tracciato una linea di cautela: lo shock inflazionistico innescato dalla guerra in Medio Oriente è «troppo grande per essere ignorato», ma non mostra ancora effetti di seconda tornata né un disancoraggio delle aspettative sui prezzi. Per questo, ha spiegato la presidente della Banca centrale europea, la risposta monetaria resta per ora misurata, dopo il rialzo dei tassi deciso a inizio mese – il primo dal settembre 2023 – e saldamente ancorata all’evoluzione dei dati.
Il quadro, ha precisato Lagarde, è diverso da quello del 2021-22. Allora l’economia era sostenuta da politiche fiscali e monetarie espansive; oggi la trasmissione delle tensioni energetiche potrebbe essere più contenuta, anche se la formazione dei salari appare più sensibile dopo la recente fiammata dei prezzi. La guerra frena l’attività nei servizi, ma la manifattura tiene grazie all’accumulo di scorte e alla spesa per la difesa. Le proiezioni dello staff BCE indicano una crescita modesta: +0,8% nel 2026, +1,2% nel 2027, +1,5% nel 2028, con i consumi delle famiglie – i cui bilanci restano solidi – a fungere da motore principale.
L’impatto del conflitto si propaga ben oltre i confini europei. Da Washington, il direttore del dipartimento Africa del Fondo monetario internazionale, Zeine Zeidane, ha parlato di un «momento difficile» per il continente: la produzione energetica del Golfo impiegherà mesi per tornare a pieno regime, mentre gli aiuti pubblici allo sviluppo verso l’Africa subsahariana sono crollati di circa il 26% in un solo anno, scendendo a 29,2 miliardi di dollari. Il FMI stima che in molti Stati fragili l’assistenza rappresenti fino al 6% del Pil e che i tagli costringano i governi a scelte dolorose: ridurre la spesa pubblica, indebitarsi sul mercato interno o lasciar cadere programmi essenziali, con rischi per la tenuta sociale e lo sviluppo di lungo periodo.
In questo scenario già teso, Lagarde ha riportato l’attenzione sugli squilibri commerciali globali, sollecitando una discussione fra i leader del G7 sulla sottovalutazione dello yuan. Pechino respinge le accuse di manipolazione, ma i surplus commerciali cinesi alimentano le preoccupazioni europee, in settori come l’auto di fascia alta. La presidente ha tuttavia escluso l’ipotesi di un nuovo Plaza Accord, ricordando che «i tempi erano diversi». La tregua raggiunta tra Washington e Teheran e il conseguente calo del petrolio sotto gli 80 dollari offrono un sollievo parziale, ma la fragilità resta. La BCE procederà riunione per riunione, senza impegnarsi su un sentiero predeterminato dei tassi, mentre il FMI accelera i negoziati con Paesi africani come Malawi, Etiopia e Gambia per nuovi programmi di assistenza finanziaria.
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La presidente della BCE minimizza i timori di effetti inflazionistici di secondo ordine, sostenendo che le aspettative sui prezzi a lungo termine restano ancorate. L'istituto ha alzato i tassi, ma Lagarde ritiene che la politica monetaria attuale sia sufficiente per riportare l'inflazione al 2%.
Lagarde non vede la necessità di una risposta più energica della BCE al conflitto in Medio Oriente, poiché l'inflazione è destinata a tornare all'obiettivo. Allo stesso tempo, solleva la questione degli squilibri valutari globali, chiedendo che la Cina sia inclusa in qualsiasi negoziato sulle valute.
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