
La scuola tech in Malesia e l’ombra di Israele: investimenti congelati
Dopo le accuse anonime sulla presenza di cittadini israeliani, il fondatore della Network School sospende 500 milioni di dollari di nuovi investimenti e chiede garanzie al governo di Anwar Ibrahim.
Il 14 luglio le autorità malesi hanno condotto un’ispezione nel campus di Forest City, nel Johor, dove opera la Network School, una comunità di co-living per nomadi digitali e fondatori di startup. L’operazione è scattata dopo che un account anonimo sui social media aveva accusato la struttura di ospitare immigrati irregolari, insinuando in particolare la presenza di cittadini israeliani entrati con passaporti secondari. Il giorno successivo il primo ministro Anwar Ibrahim ha dichiarato che qualsiasi cittadino israeliano individuato sul territorio nazionale sarà immediatamente espulso, ribadendo che la Malaysia non riconosce lo Stato di Israele e non intrattiene relazioni diplomatiche con esso.
Il dipartimento per l’immigrazione ha esaminato 266 cittadini stranieri provenienti da quaranta Paesi, accertando che tutti possedevano documenti di viaggio validi. Dieci di loro erano titolari del DE Rantau Nomad Pass, il visto per professionisti digitali introdotto da Kuala Lumpur per attrarre talenti tecnologici. Non è stata trovata alcuna prova della presenza di israeliani. Tuttavia, secondo fonti governative del Johor e analisti della sicurezza, la vicenda tocca un nervo scoperto: la Malaysia non ha mai normalizzato i rapporti con Tel Aviv e nel 2018 un accademico palestinese fu assassinato a Kuala Lumpur in un’operazione attribuita a servizi stranieri, il che rende ogni sospetto di infiltrazione israeliana particolarmente sensibile per l’opinione pubblica e per le autorità.
Il fondatore della Network School, l’ex chief technology officer di Coinbase Balaji Srinivasan, ha reagito annunciando la sospensione immediata di tutti i nuovi investimenti in Malaysia. In una lunga nota ha quantificato in oltre cento milioni di dollari le risorse già impiegate e in circa cinquecento milioni i capitali aggiuntivi ora congelati, che coinvolgono anche la rete di dirigenti tecnologici e venture capitalist da lui introdotti a Forest City. Srinivasan ha chiesto un incontro con il primo ministro Anwar per negoziare un memorandum d’intesa che offra garanzie contro il ripetersi di episodi simili, paragonando la denuncia anonima alla pratica statunitense dello “swatting” e sostenendo che il processo investigativo, pur avendo scagionato la comunità, ha già danneggiato la fiducia degli investitori.
La controversia mette alla prova l’ambiziosa agenda malese per l’innovazione. Il piano KL20 punta a trasformare Kuala Lumpur in uno dei primi venti hub tecnologici globali entro il 2030, e la zona economica speciale Johor-Singapore rappresenta un tassello centrale di questa strategia. Osservatori di Kuala Lumpur notano che il governo ha finora mostrato apertura verso gli investitori ad alto impatto, ma la rigidità della posizione sulla questione israeliana – che impedisce l’ingresso a chiunque possieda un passaporto dello Stato ebraico, anche se in possesso di doppia cittadinanza – introduce un elemento di imprevedibilità normativa per le comunità internazionali. Al tempo stesso, esponenti del mondo imprenditoriale malese invitano a non drammatizzare, ricordando che i fattori decisivi per i nomadi digitali restano la chiarezza dei visti, il costo della vita e l’affidabilità delle infrastrutture.
Il prossimo passaggio concreto sarà l’eventuale incontro tra Srinivasan e l’esecutivo malese. Se il governo concederà il memorandum richiesto, la Network School potrebbe riprendere gli investimenti e rassicurare i partner internazionali; in caso contrario, il fondatore ha già annunciato che i capitali saranno riallocati in altre giurisdizioni, citando il Kazakistan come possibile alternativa. La decisione chiarirà quanto la Malaysia sia disposta a bilanciare la propria tradizionale politica estera con l’obiettivo di affermarsi come destinazione per i talenti globali della tecnologia.
| Stampa sud-est asiatica | −0.10 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa cinese | −0.30 | critical |
| Stampa israeliana | −0.30 | critical |
Il governo malese, guidato da Anwar Ibrahim, ha avviato una caccia agli israeliani presunti a Forest City, sospendendo le ambizioni tecnologiche. Le autorità hanno effettuato raid e controlli, ma non hanno trovato prove di cittadini israeliani. Nel frattempo, l'investitore Balaji Srinivasan ha congelato nuovi investimenti, chiedendo garanzie al governo.
La Cina osserva con preoccupazione come le restrizioni malesi possano scoraggiare i talenti tecnologici globali, mettendo a rischio gli investimenti.
L'articolo generalizza il caso specifico a una tendenza globale, suggerendo che l'incidente potrebbe avere ripercussioni per l'intero ecosistema tech.
Viene omesso il punto di vista del governo malese sulla sicurezza nazionale e la mancanza di prove concrete di presenze israeliane.
Israele denuncia la decisione malese di espellere i propri cittadini come un atto ostile, sottolineando la mancanza di prove.
L'articolo riporta la minaccia di espulsione come un fatto compiuto, senza contestualizzare le motivazioni malesi, creando un senso di ingiustizia.
Viene omesso il contesto della politica malese di non riconoscimento di Israele e le indagini in corso che non hanno trovato prove.
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