
La scatola dei cellulari e l'infanzia che si disconnette
Dalle aule brasiliane alle campagne indonesiane, il rapporto tra minori e tecnologia sta vivendo una svolta silenziosa, tra divieti, nuove protezioni e un inedito calo della proprietà di smartphone.
In un’aula di una scuola pubblica brasiliana, ogni mattina gli studenti depongono i loro telefoni in una scatola di legno prima che la lezione abbia inizio. Non è un rituale simbolico, ma l’applicazione quotidiana di una legge federale che da un anno vieta l’uso dei cellulari in tutte le scuole del paese. La scena, documentata da una troupe televisiva, mostra la resistenza di alcuni ragazzi e la soddisfazione degli insegnanti: il 95% dei docenti, secondo un sondaggio del Ministero dell’Istruzione, ha osservato un miglioramento della concentrazione, e per l’88% dei dirigenti sono diminuiti gli episodi di cyberbullismo. La scatola, oggetto umile, è diventata il confine fisico di una trasformazione culturale che sta attraversando l’intero pianeta.
Quella brasiliana non è una reazione isolata. Nello stesso paese, i dati dell’istituto di statistica IBGE rivelano per la prima volta un calo nella percentuale di bambini tra i 10 e i 13 anni che possiedono un telefono proprio: dal 56,7% del 2024 al 55,2% del 2025. È l’unica fascia d’età in controtendenza, mentre tra gli over 60 la diffusione del cellulare accelera. La motivazione più citata dai genitori per non dare uno smartphone ai figli è la preoccupazione per la privacy e la sicurezza, un timore che in Argentina ha spinto il Ministero Pubblico Tutelare e la Società di Pediatria a lanciare una campagna per mettere in guardia dall’uso dell’intelligenza artificiale come confidente emotivo. “L’IA dà risposte, ma non accompagna”, recita lo slogan, in un contesto in cui oltre la metà dei minori tra i 9 e i 17 anni già utilizza strumenti di intelligenza artificiale e il 95% possiede un telefono con accesso a internet.
Mentre in America Latina si discute di limiti e tutele, in Egitto il governo ha introdotto una “scheda bambino” che consente ai genitori di filtrare contenuti inappropriati e bloccare l’accesso ai social media. Al Cairo, sociologi come Sāmiya Qadrī sottolineano che la tecnologia resta uno strumento di supporto, ma il ruolo della famiglia è insostituibile: “I bambini sono attratti da tutto ciò che è proibito”, osserva, e per questo servono regole condivise. In Indonesia, invece, la sfida è opposta: portare la connessione dove ancora manca. Il governo ha annunciato che nel 2026 rafforzerà la digitalizzazione nelle regioni più remote, le cosiddette aree 3T, dopo aver già raggiunto oltre 13mila scuole. L’obiettivo è duplice: distribuire lavagne interattive e laptop, ma anche garantire elettricità e accesso alla rete, perché il 23% degli istituti ne è ancora privo.
Questa duplice spinta – proteggere i minori dal mondo digitale e, al tempo stesso, includere chi ne è escluso – ridisegna il paesaggio domestico globale. In Brasile, il 95% delle case ha accesso a internet, ma quasi 18 milioni di persone restano offline, per lo più anziani o residenti in aree rurali. La televisione, un tempo totem familiare, arretra: per la prima volta quasi 5 milioni di abitazioni ne sono sprovviste, mentre lo streaming a pagamento raggiunge il 44,4% dei nuclei. Il telefono fisso sopravvive in appena il 5,9% delle residenze, un’eco di un’epoca in cui la comunicazione aveva un luogo preciso, come la scatola di legno nell’aula.
Alla fine della lezione, gli studenti recuperano i loro dispositivi. La scatola si svuota, ma la domanda che lascia aperta è universale: come si costruisce un’infanzia in cui la tecnologia sia un ponte e non una gabbia? A Sukoharjo, nell’isola di Giava, un ministro visita una scuola popolare appena costruita per i bambini più poveri, dove i futuri allievi avranno alloggio, pasti, uniformi e un laptop. L’edificio è pronto al 90%, dice, e le iscrizioni sono ancora aperte. Due emisferi, due velocità, un’unica consapevolezza: il futuro non si disegna solo con i bit, ma con le scelte degli adulti.
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