
La guerra in Medio Oriente ridisegna i flussi commerciali: crollano le entrate fiscali iraniane e si rafforza l'asse con la Cina
Il conflitto di 39 giorni ha devastato l'economia iraniana, con un crollo del 60% delle entrate fiscali reali e un tracollo degli scambi con India ed Emirati, mentre la Cina avanza in Sudamerica.
Il conflitto di 39 giorni in Medio Oriente ha prodotto conseguenze economiche di vasta portata, con l'Iran al centro di una tempesta perfetta. Secondo i dati diffusi dall'agenzia fiscale iraniana, le entrate tributarie nei primi due mesi dell'anno solare iraniano sono crollate del 60% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2025, fermandosi a 152.000 miliardi di rial (circa 3,6 miliardi di dollari al cambio ufficiale). Un tracollo che vanifica le previsioni di un aumento del 42% delle entrate fiscali per l'anno in corso, su cui il governo faceva affidamento per finanziare quasi la metà del bilancio pubblico. La contrazione riflette la paralisi dell'attività economica interna, con le imprese in difficoltà e il mercato del lavoro in sofferenza.
Parallelamente, il commercio estero iraniano ha subito un duro colpo. Le esportazioni verso l'India, uno dei partner storici, sono precipitate del 38% a marzo, scendendo a 43 milioni di dollari, mentre le importazioni dall'India sono crollate del 72%, sotto i 130 milioni. Anche il traffico con gli Emirati Arabi Uniti, tradizionale hub di transhipment, è in forte calo. Secondo fonti di Teheran, alcuni intermediari stanno tentando di ripristinare i flussi prebellici, che nel 2024 ammontavano a 25 miliardi di dollari, ma il 90% di quel volume era costituito da merci in transito, non da scambi diretti. Il sistema di intermediazione, che garantiva profitti annuali stimati in 450 milioni di dollari solo sulle commissioni di trasferimento, è ora in crisi.
In questo scenario, l'Iran sta cercando di diversificare le rotte commerciali, puntando sui corridoi settentrionali e su un rafforzamento dei legami con Cina e Russia. Tuttavia, anche il commercio non petrolifero con Pechino è crollato a un quinto rispetto all'anno precedente, scendendo a 200 milioni di dollari mensili tra marzo e aprile. La Cina, dal canto suo, sta accelerando la penetrazione in altri mercati emergenti. In Argentina, le esportazioni verso Pechino sono aumentate del 78% nei primi quattro mesi del 2026, mentre le importazioni sono calate del 7%, consolidando la Cina come secondo partner commerciale dopo il Brasile e superandolo in alcuni mesi del 2025. Secondo gli analisti di Buenos Aires, questa tendenza riflette la strategia cinese di assicurarsi forniture agricole e minerarie, mentre l'Occidente resta concentrato sulle tensioni mediorientali.
Per l'Europa, le ripercussioni sono molteplici. L'Italia, in particolare, potrebbe vedere un aumento della concorrenza cinese in settori come l'agroalimentare e la meccanica strumentale, mentre l'instabilità in Medio Oriente minaccia le forniture energetiche e le rotte marittime. Gli osservatori di Bruxelles sottolineano che la crisi iraniana sta accelerando la frammentazione del commercio globale, spingendo Paesi come l'India e gli Emirati a cercare alternative. Il futuro delle relazioni economiche nella regione dipenderà dalla durata delle ostilità e dalla capacità di Teheran di adattarsi a un contesto sempre più polarizzato.
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La notizia riporta che alcuni intermediari stanno cercando di ripristinare i flussi commerciali tra Iran ed Emirati Arabi Uniti, interrotti dalla guerra. Viene sottolineato che solo il 10% del commercio precedente era diretto, mentre il resto passava attraverso gli Emirati come intermediari. Il tono è descrittivo ma con una vena di scetticismo verso questi tentativi, dato che l'Iran sta già sviluppando rotte alternative.
La stampa atlantica mette in luce il crollo delle entrate fiscali iraniane e il tracollo degli scambi con l'India, attribuendoli direttamente alla guerra. I numeri sono drammatici: le entrate fiscali reali sono crollate del 60% e il commercio con l'India è diminuito del 38% in un mese. Il tono è allarmato e critico verso il regime iraniano, evidenziando le conseguenze economiche disastrose del conflitto.
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