
Buckingham Palace, l’addio silenzioso di Carlo III: fine di una residenza secolare
Il sovrano britannico non abiterà più il palazzo dopo il restauro da 369 milioni di sterline, trasformandolo in un monumento aperto al pubblico e rivelando per la prima volta le proprie imposte.
Nel cuore di Londra, dietro le celebri cancellate dorate, Buckingham Palace è oggi un gigante addormentato sotto le impalcature. I lunghi corridoi risuonano del lavoro degli operai, non dei passi dei valletti: da mesi si sostituiscono caldaie, cavi elettrici e tubature di piombo, molti dei quali non venivano toccati da sessant’anni. È in questo scenario di polvere e teli protettivi che è maturata una decisione destinata a chiudere quasi due secoli di storia: re Carlo III e la regina Camilla non vi faranno più ritorno come residenza principale. L’annuncio, contenuto nel rapporto finanziario annuale della monarchia, ha colto di sorpresa l’opinione pubblica britannica, anche se in filigrana i segnali c’erano tutti: né il sovrano né la compianta Elisabetta II vi avevano trascorso una notte dal 2019.
La scelta ha radici tanto pratiche quanto personali. Carlo, che dal 2003 vive nella vicina Clarence House – l’antica dimora della Regina Madre – non ha mai nascosto il proprio attaccamento a quella residenza più raccolta, dove ha cresciuto i figli e dove, ormai prossimo agli ottant’anni, non desidera affrontare il trasloco di un’intera corte. Buckingham Palace, con le sue 775 stanze, resterà il quartier generale operativo della monarchia, il luogo dei banchetti di Stato, delle udienze agli ambasciatori e delle cerimonie ufficiali. «È e rimarrà il quartier generale della monarchia, il gioiello della corona dei nostri edifici nazionali», ha dichiarato James Chalmers, tesoriere del re, precisando che lo stendardo reale continuerà a sventolare sul tetto ogni volta che Sua Maestà si troverà a Londra. Ma la vita quotidiana dei sovrani si svolgerà altrove, in un appartamento privato che Carlo e Camilla potranno utilizzare soltanto come rifugio durante la giornata lavorativa.
La novità si inserisce in una più ampia strategia di trasparenza che ha portato il re a rivelare per la prima volta l’ammontare delle imposte versate: 12,9 milioni di sterline nell’anno fiscale 2024-25, una cifra che lo colloca tra i cento maggiori contribuenti del Regno Unito. Dal 2022, ha pagato oltre 30 milioni di sterline in tasse, pur non essendovi obbligato per legge. Anche il principe William ha reso noti i propri versamenti. Secondo gli osservatori britannici, si tratta di una mossa per rispondere alle crescenti critiche sull’opacità delle finanze reali, acuite dopo la scomparsa della regina Elisabetta. Parallelamente, il Sovereign Grant – il finanziamento pubblico destinato alle spese ufficiali – scenderà da 137,9 a 99,9 milioni di sterline a partire dal 2027-28, una volta conclusi i lavori di ristrutturazione. Una riduzione che, ha tenuto a sottolineare Chalmers, «non è un assegno in bianco» e risponde alla precisa volontà del sovrano.
Per il pubblico, la trasformazione di Buckingham Palace in un monumento nazionale ad accesso ampliato rappresenta un’opportunità concreta. Già oggi circa 700.000 visitatori varcano ogni anno i suoi cancelli, ma la presenza del re imponeva restrizioni di sicurezza che limitavano percorsi e affluenza. Liberato dalla funzione abitativa, il palazzo potrà moltiplicare eventi, visite guidate e aperture straordinarie, diventando una meta ancora più ambita per i turisti europei – italiani inclusi, da sempre affascinati dal cerimoniale della corona. Non mancano le polemiche: i repubblicani di Republic denunciano i 369 milioni di sterline spesi per ristrutturare un edificio che il re non userà, mentre la stampa conservatrice parla di «peggior errore del suo regno». Eppure, nel silenzio delle sale di rappresentanza, tra i lampadari di cristallo ancora coperti dai teli, si delinea il profilo di una monarchia che cerca un nuovo equilibrio tra eredità storica e domanda di modernità.
All’imbrunire, quando il traffico di Londra si placa, lo stendardo reale sventola identico su entrambi i palazzi, Clarence House e Buckingham Palace, come a cucire un legame che non si spezza ma si trasforma. L’ultima immagine è quella di un re che, al termine di una giornata di udienze, si ritira in una dimora più silenziosa, lasciando dietro di sé il profilo illuminato di un palazzo che non è più una casa, ma resta il palcoscenico immobile di una nazione.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
2 gruppi editoriali · 6 lingue
Re Carlo ha deciso di non risiedere a Buckingham Palace dopo una ristrutturazione costata 370 milioni di sterline, rompendo una tradizione secolare. La scelta solleva interrogativi sulla gestione finanziaria della monarchia e sui tagli ai fondi pubblici. Si tratta di un gesto pragmatico, ma anche di un segnale di una monarchia sotto pressione economica.
La decisione di re Carlo di non abitare a Buckingham Palace viene presentata come un'apertura al pubblico, con un maggiore accesso al palazzo storico. Il trasferimento a Clarence House è descritto come una scelta moderna e vicina alla gente. L'enfasi è sul beneficio per i visitatori e su una monarchia più accessibile.
Allarga lo sguardo
L'Onu sospende l'evacuazione dallo Stretto di Hormuz dopo l'attacco a una nave cargo
7 lingue · 23 testate
Da Economy & MarketsApple alza i prezzi fino al 25%: la memoria per l’IA strozza l’elettronica di consumo
8 lingue · 18 testate
Da TechnologyWashington frena il rilascio di GPT-5.6: l’intelligenza artificiale avanzata entra nella logica del controllo esportazioni
5 lingue · 7 testate