
L’Iran allarga l’offensiva con droni contro basi USA in Bahrein, Giordania e Kuwait
Teheran rivendica attacchi con velivoli suicidi su depositi e alloggi militari, mentre gli alleati di Washington intercettano ordigni e l’escalation mette in allarme l’Europa.
Un’ondata di attacchi condotti con droni kamikaze Arash ha colpito nella mattinata di venerdì infrastrutture militari statunitensi in Bahrein, Giordania e Kuwait. Secondo i comunicati diffusi dall’esercito iraniano e dal Corpo delle guardie della rivoluzione, l’offensiva ha preso di mira depositi di carburante e hangar presso la base aerea di Sheikh Isa in Bahrein, gli alloggi e le strutture di manutenzione velivoli della base di Al-Azraq (nota anche come Muwaffaq Salti) in Giordania orientale, e i campi di Udairi, Doha e Arifjan in Kuwait, dove sarebbero stati distrutti depositi di munizioni e pesantemente danneggiati ricoveri per il personale. La tv di Stato iraniana ha inoltre riferito di un’estensione delle operazioni – battezzate ‘Fase 25’ – anche a installazioni in Qatar, mentre fonti da Amman hanno reso noto che le forze armate giordane hanno intercettato sette missili e sei droni lanciati dall’Iran, senza causare vittime né danni a terra. In Bahrein e Kuwait le difese aeree locali hanno dichiarato di aver affrontato e abbattuto diversi velivoli ostili, mentre a Manama sono risuonate le sirene d’allarme e le autorità hanno invitato la popolazione a cercare riparo.
L’operazione iraniana si inserisce in una spirale di ritorsioni seguita alla decisione di Washington, annunciata a inizio luglio dal presidente Trump, di non considerare più valido il quadro di cessate il fuoco concordato a giugno con la mediazione di paesi terzi. Da allora, per tredici notti consecutive, il Comando centrale statunitense (CENTCOM) ha condotto raid aerei su territorio iraniano colpendo, a suo dire, centri di comando, depositi di droni, reti di comunicazione e capacità marittime, con l’obiettivo dichiarato di proteggere la navigazione commerciale nello stretto di Hormuz. Teheran afferma che gli attacchi americani hanno finora provocato almeno 55 morti e oltre 600 feriti tra la popolazione civile, e giustifica le proprie incursioni sostenendo che qualsiasi struttura utilizzata dalle forze Usa per lanciare aggressioni contro l’Iran costituisce un bersaglio legittimo. Le autorità iraniane hanno inoltre diffuso un avvertimento ai civili della regione, esortandoli a mantenersi ad almeno cinquecento metri da tutte le installazioni che ospitano personale americano, un segnale che preannuncia la possibile prosecuzione delle ostilità.
La geografia degli attacchi rivela il tentativo di Teheran di allargare il conflitto ai paesi del Golfo che, pur mantenendo legami diplomatici con l’Iran, sono alleati strategici di Washington e ospitano basi aeree e logistiche fondamentali per la proiezione di forza americana in Medio Oriente. Amman, in particolare, si trova in una posizione sempre più scomoda: pur avendo ripetutamente dichiarato di non voler concedere il proprio territorio per offensive contro vicini, si è vista costretta a intercettare ordigni nello spazio aereo nazionale, finendo nel mirino delle rappresaglie senza aver avuto un ruolo attivo nell’escalation.
Per l’Europa e l’Italia, il deterioramento della sicurezza nel Golfo comporta rischi diretti per la stabilità dei mercati energetici e per la libertà di navigazione nel tratto di mare da cui transita una quota rilevante del commercio petrolifero mondiale. Analisti di Bruxelles osservano con preoccupazione come il conflitto rischi di innescare un blocco prolungato dello stretto di Hormuz, con conseguenze immediate sui prezzi di gas e greggio che colpirebbero in modo asimmetrico le economie mediterranee, già esposte alle turbolenze nordafricane. Al momento non sono noti canali di mediazione attivi, mentre i portavoce militari iraniani insistono che le ‘operazioni punitive’ contro gli aggressori proseguiranno, e Washington non accenna a modificare la propria postura offensiva. L’unica certezza è che il dossier resta in mano alle armi, con il rischio concreto di un ampliamento dei fronti.
| Stampa iraniana e affini | +0.90 | aligned |
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| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
| Stampa arabo levante-Maghreb | +0.10 | neutral |
L'Iran colpisce le basi terroristiche americane come atto di legittima difesa.
Il racconto presenta l'Iran come vittima di aggressione, trasformando un'azione offensiva in una risposta difensiva, esaltando la propria potenza militare.
Non menziona la mancanza di conferme indipendenti né le possibili vittime civili.
Gli attacchi iraniani stanno logorando le scorte di intercettori americani, mettendo in luce la vulnerabilità delle difese statunitensi.
Pone l'accento sulle conseguenze materiali per gli USA, trasformando la narrazione in un problema logistico-militare, senza mettere in discussione la legittimità delle operazioni iraniane.
Non discute le motivazioni iraniane o il contesto delle tensioni, solo l'impatto sulle capacità americane.
Teheran rivendica attacchi con droni, ma le prove sul campo mancano.
Adotta un tono cauto e fattuale, riportando la rivendicazione senza conferma, lasciando spazio allo scetticismo.
Non approfondisce né la prospettiva iraniana né quella americana, mantenendosi in superficie.
L'esercito e i Pasdaran annunciano congiuntamente gli attacchi come risposta all'aggressione.
Evidenzia la doppia fonte (esercito e Guardie rivoluzionarie) come segno di unità e determinazione, ma senza toni celebrativi.
Non mette in dubbio le rivendicazioni né confronta con i rapporti alleati.
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