
L’accordo USA-Iran si arena sul Libano: Teheran pretende il ritiro israeliano
Le contraddizioni sul cessate il fuoco bloccano l’intesa: Washington minimizza, Israele rifiuta, mentre nuovi raid colpiscono il sud del Paese dei cedri.
Il fragile memorandum d’intesa tra Washington e Teheran rischia di naufragare ancor prima di essere firmato, schiacciato da un nodo che le due capitali interpretano in modo opposto: il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la permanenza di soldati israeliani nei territori occupati durante la guerra costituirebbe una violazione dell’accordo, mentre da Washington un funzionario dell’amministrazione, in forma anonima, ha precisato che l’intesa non prevede affatto un simile passo. La divergenza non è semantica: è il cuore politico di una crisi che, dopo mesi di scontri, ha coinvolto direttamente Israele accanto agli Stati Uniti nei bombardamenti del 28 febbraio contro l’Iran, e ha scatenato una campagna militare israeliana nel sud del Libano contro Hezbollah, il braccio armato sciita sostenuto da Teheran.
La guerra, scoppiata quando Hezbollah ha aperto un fronte a sostegno dell’Iran colpito, ha permesso a Israele di occupare una fascia di territorio libanese che Tel Aviv intende mantenere «finché necessario». Il memorandum tra Iran e Stati Uniti, ancora riservato, ha rallentato ma non fermato le ostilità: martedì nuovi attacchi con droni israeliani hanno ucciso almeno quattro persone nel sud del Libano. Fonti libanesi riferiscono che Hezbollah stesso considera il ritiro israeliano una precondizione irrinunciabile per qualsiasi intesa definitiva, allineandosi alla linea espressa da Teheran anche attraverso il capo negoziatore Mohammad Baqer Qalibaf, che in una conversazione con il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri ha insistito sul diritto degli sfollati di tornare alle proprie case.
La contraddizione tra le versioni iraniana e americana getta un’ombra sulla cerimonia di firma prevista per venerdì 19 giugno. Da Bruxelles, analisti europei osservano con preoccupazione il possibile fallimento dell’accordo, che non solo riaccenderebbe una guerra totale con conseguenze dirette sulla sicurezza energetica del Mediterraneo e sulle rotte migratorie, ma minaccerebbe anche il parallelo negoziato sul nucleare iraniano. L’Italia, in prima linea per i contingenti UNIFIL nel sud del Libano, vedrebbe le proprie truppe esposte a un nuovo ciclo di violenza, mentre gli equilibri già fragili del Vicino Oriente si deteriorerebbero ulteriormente.
La postura israeliana, che esclude un ritiro concordato con attori terzi, e l’insistenza iraniana su un punto che Washington sembra aver lasciato volutamente ambiguo, delineano uno scenario in cui la diplomazia rischia di restare ostaggio di una guerra per procura. Se Teheran e Hezbollah considerano il Libano la linea rossa per la credibilità strategica dell’Asse della Resistenza, per Israele la presenza militare a nord è diventata un argine esistenziale. In assenza di un meccanismo condiviso che sciolga il nodo, la tregua provvisoria potrebbe rivelarsi soltanto la premessa di una nuova, più aspra escalation.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'Iran afferma che l'accordo di pace con gli Stati Uniti deve includere il ritiro israeliano dai territori libanesi occupati. Israele respinge questa condizione, mettendo a rischio l'intesa e minacciando la ripresa di una guerra totale. L'occupazione israeliana del Libano meridionale è considerata una violazione dell'accordo ancora non reso pubblico.
L'Iran indica il ritiro israeliano dal Libano come condizione per l'accordo di pace, ma Israele dichiara che resterà finché necessario. I contenuti dell'intesa tra Stati Uniti e Iran non sono ancora pubblici e fonti diverse forniscono versioni contrastanti sul ruolo del ritiro. Nel frattempo si registrano nuovi attacchi israeliani nel sud del Libano.
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