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Iran, dopo la tregua con Washington riprendono le esecuzioni: uccisi due manifestanti

Javad Zamani e Abolfazl Saedi, arrestati durante le proteste di gennaio, sono stati giustiziati a Shahrud. Le ong denunciano 746 esecuzioni in sei mesi e il rischio imminente per altri detenuti politici.

All’alba di martedì 26 khordād (16 giugno 2026), le autorità giudiziarie iraniane hanno eseguito le condanne a morte di Javad Zamani e Abolfazl Saedi, due giovani arrestati durante le imponenti proteste nazionali dello scorso inverno. È la prima esecuzione pubblicamente confermata dopo l’annuncio dell’accordo tra Teheran e Washington che ha posto fine a una guerra-lampo di quaranta giorni. Secondo i media ufficiali della Repubblica Islamica, i due erano «leader armati di un tentativo di colpo di Stato» e sono stati riconosciuti colpevoli di mohārebeh (guerra contro Dio) e efsād fil-arz (corruzione sulla terra), accuse che nel codice penale iraniano comportano la pena capitale. Il capo della magistratura della provincia di Semnān, Mohammad-Sadegh Akbari, ha parlato di distruzione di banche, assalto alla sede del governatorato e uso di armi da fuoco, senza tuttavia fornire dettagli sul processo né sulle modalità con cui sarebbero state raccolte le confessioni.

L’esecuzione di Shahrud si inserisce in un quadro repressivo che, secondo la fondazione per i diritti umani Abdorrahman Boroumand – che monitora la pena di morte in Iran – ha già registrato 746 esecuzioni dall’inizio del 2026, di cui 52 nelle ultime due settimane e almeno 45 condanne capitali contro prigionieri politici o manifestanti. La campagna «Martedì no alle esecuzioni», animata dalla diaspora iraniana, ha definito questa accelerazione un «tentativo disperato del regime di contenere l’esplosione della rabbia popolare» in una società stremata dall’inflazione e dalla repressione. Fonti vicine all’apparato di sicurezza, citate da media internazionali, suggeriscono che la leadership clericale intenda usare il boia come strumento di deterrenza interna, proprio mentre il Paese esce indebolito dal conflitto con gli Stati Uniti e teme una nuova ondata di dissenso.

L’allarme si estende ad altri detenuti. Amnesty International, con sede a Londra, e l’organizzazione Hengaw, che segue le minoranze curde, hanno lanciato un appello urgente per Ali Fattah (Kemali) e Mohammad (Babak) Naghizadeh, trasferiti nel carcere di Ghezel Hesar a Karaj dopo la conferma delle loro condanne a morte da parte della Corte Suprema. Il trasferimento, avvenuto il 23 khordād, è considerato dagli analisti europei un preludio quasi certo all’esecuzione. Le stesse fonti sottolineano che la base giuridica di molte di queste sentenze poggia su «confessioni estorte sotto tortura fisica e psicologica», in violazione flagrante delle norme internazionali sull’equo processo e contro la tortura, un modus operandi che le agenzie di stampa latinoamericane hanno rilanciato come ennesima prova della natura sistematica della repressione giudiziaria iraniana.

Per gli osservatori mediorientali ed europei, la ripresa delle esecuzioni politiche subito dopo il cessate il fuoco con Washington rivela una dinamica precisa: il regime dei pasdaran e della guida suprema cerca di ricompattare il fronte interno mostrando forza, mentre sul piano diplomatico tenta di normalizzare i rapporti con l’Occidente. L’Italia e l’Unione Europea, che durante la breve guerra avevano espresso preoccupazione per la stabilità del Golfo, si trovano ora di fronte a un dilemma: riprendere il dialogo con Teheran senza apparire complici di una macchina repressiva che continua a mietere vittime nelle carceri. La condanna verbale rischia di restare rituale, ma il moltiplicarsi delle esecuzioni – oltre 177 solo da inizio anno secondo i gruppi per i diritti umani – rende sempre più difficile per le capitali europee separare la realpolitik energetica dalla tutela dei diritti fondamentali.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa atlantica / anglosferaStampa iraniana e affini
Stampa atlantica / anglosfera/ sicurezza
allarmeindignazioneurgenza

In Iran la catena di esecuzioni accelera: due nuovi manifestanti sono stati impiccati a Shahroud, portando ad almeno 45 le esecuzioni politiche dall'inizio dell'anno. Organizzazioni per i diritti umani documentano 746 esecuzioni in sei mesi, 52 solo nelle ultime due settimane, mentre il regime reprime nel contesto della guerra e delle proteste.

Stampa iraniana e affini/ regime
trionforevanscismopragmatismo

La magistratura ha annunciato l'esecuzione di due capi armati del tentato golpe del gennaio 2026 a Shahroud. Condannati per moharebeh e efsad fel-arz, avevano attaccato proprietà pubbliche e cospirato contro la sicurezza nazionale, agendo come truppe di fanteria del nemico.

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martedì 16 giugno 2026

Iran, dopo la tregua con Washington riprendono le esecuzioni: uccisi due manifestanti

Javad Zamani e Abolfazl Saedi, arrestati durante le proteste di gennaio, sono stati giustiziati a Shahrud. Le ong denunciano 746 esecuzioni in sei mesi e il rischio imminente per altri detenuti politici.

All’alba di martedì 26 khordād (16 giugno 2026), le autorità giudiziarie iraniane hanno eseguito le condanne a morte di Javad Zamani e Abolfazl Saedi, due giovani arrestati durante le imponenti proteste nazionali dello scorso inverno. È la prima esecuzione pubblicamente confermata dopo l’annuncio dell’accordo tra Teheran e Washington che ha posto fine a una guerra-lampo di quaranta giorni. Secondo i media ufficiali della Repubblica Islamica, i due erano «leader armati di un tentativo di colpo di Stato» e sono stati riconosciuti colpevoli di mohārebeh (guerra contro Dio) e efsād fil-arz (corruzione sulla terra), accuse che nel codice penale iraniano comportano la pena capitale. Il capo della magistratura della provincia di Semnān, Mohammad-Sadegh Akbari, ha parlato di distruzione di banche, assalto alla sede del governatorato e uso di armi da fuoco, senza tuttavia fornire dettagli sul processo né sulle modalità con cui sarebbero state raccolte le confessioni.

L’esecuzione di Shahrud si inserisce in un quadro repressivo che, secondo la fondazione per i diritti umani Abdorrahman Boroumand – che monitora la pena di morte in Iran – ha già registrato 746 esecuzioni dall’inizio del 2026, di cui 52 nelle ultime due settimane e almeno 45 condanne capitali contro prigionieri politici o manifestanti. La campagna «Martedì no alle esecuzioni», animata dalla diaspora iraniana, ha definito questa accelerazione un «tentativo disperato del regime di contenere l’esplosione della rabbia popolare» in una società stremata dall’inflazione e dalla repressione. Fonti vicine all’apparato di sicurezza, citate da media internazionali, suggeriscono che la leadership clericale intenda usare il boia come strumento di deterrenza interna, proprio mentre il Paese esce indebolito dal conflitto con gli Stati Uniti e teme una nuova ondata di dissenso.

L’allarme si estende ad altri detenuti. Amnesty International, con sede a Londra, e l’organizzazione Hengaw, che segue le minoranze curde, hanno lanciato un appello urgente per Ali Fattah (Kemali) e Mohammad (Babak) Naghizadeh, trasferiti nel carcere di Ghezel Hesar a Karaj dopo la conferma delle loro condanne a morte da parte della Corte Suprema. Il trasferimento, avvenuto il 23 khordād, è considerato dagli analisti europei un preludio quasi certo all’esecuzione. Le stesse fonti sottolineano che la base giuridica di molte di queste sentenze poggia su «confessioni estorte sotto tortura fisica e psicologica», in violazione flagrante delle norme internazionali sull’equo processo e contro la tortura, un modus operandi che le agenzie di stampa latinoamericane hanno rilanciato come ennesima prova della natura sistematica della repressione giudiziaria iraniana.

Per gli osservatori mediorientali ed europei, la ripresa delle esecuzioni politiche subito dopo il cessate il fuoco con Washington rivela una dinamica precisa: il regime dei pasdaran e della guida suprema cerca di ricompattare il fronte interno mostrando forza, mentre sul piano diplomatico tenta di normalizzare i rapporti con l’Occidente. L’Italia e l’Unione Europea, che durante la breve guerra avevano espresso preoccupazione per la stabilità del Golfo, si trovano ora di fronte a un dilemma: riprendere il dialogo con Teheran senza apparire complici di una macchina repressiva che continua a mietere vittime nelle carceri. La condanna verbale rischia di restare rituale, ma il moltiplicarsi delle esecuzioni – oltre 177 solo da inizio anno secondo i gruppi per i diritti umani – rende sempre più difficile per le capitali europee separare la realpolitik energetica dalla tutela dei diritti fondamentali.

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Stampa atlantica / anglosferaStampa iraniana e affini
Stampa atlantica / anglosfera/ sicurezza
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In Iran la catena di esecuzioni accelera: due nuovi manifestanti sono stati impiccati a Shahroud, portando ad almeno 45 le esecuzioni politiche dall'inizio dell'anno. Organizzazioni per i diritti umani documentano 746 esecuzioni in sei mesi, 52 solo nelle ultime due settimane, mentre il regime reprime nel contesto della guerra e delle proteste.

Stampa iraniana e affini/ regime
trionforevanscismopragmatismo

La magistratura ha annunciato l'esecuzione di due capi armati del tentato golpe del gennaio 2026 a Shahroud. Condannati per moharebeh e efsad fel-arz, avevano attaccato proprietà pubbliche e cospirato contro la sicurezza nazionale, agendo come truppe di fanteria del nemico.

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