
Il patentino antifascista che divide l’Italia e riaccende la guerra culturale europea
La richiesta di una dichiarazione di antifascismo agli editori di Più libri più liberi scatena lo scontro tra Meloni e la sinistra, mentre a Parigi e Stoccolma si osservano crepe simili nel fronte progressista.
La decisione degli organizzatori di Più libri più liberi, la fiera romana della piccola e media editoria, di subordinare la partecipazione all’edizione 2026 alla firma di un impegno al rispetto dei valori antifascisti e costituzionali ha innescato una tempesta politica che va ben oltre i padiglioni della Nuvola. Giorgia Meloni ha bollato l’iniziativa come un «patentino antifascista» e una forma di censura incompatibile con la democrazia, scatenando la reazione a catena del governo: il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha rilanciato ricordando che il Codice penale italiano porta la firma di Mussolini, mentre la destra mediatica ha denunciato una deriva «stalinista» che ricorda i peggiori vizi dello Stato etico. La sinistra, dal Pd all’Anpi, ha risposto che non si tratta di censura ma di semplice adesione ai principi fondanti della Repubblica, nata dalla Resistenza. Eppure, proprio la veemenza dello scontro rivela quanto la parola antifascismo sia tornata a essere un discrimine identitario, capace di compattare i due poli attorno a un lessico che si credeva consegnato alla storia.
La vicenda affonda le radici nelle polemiche del 2025, quando la presenza della casa editrice di estrema destra Passaggio al Bosco aveva mobilitato scrittori e intellettuali contro l’apologia del nazifascismo. Da qui la scelta degli organizzatori di alzare una barriera preventiva, giudicata però dalla premier come l’ennesima prova di una sinistra che concepisce la libertà di pensiero solo a condizione che si allinei ai propri dogmi. Non sono mancate voci dissonanti nello stesso campo progressista: il presidente del Pd Stefano Bonaccini ha avvertito che «con l’antifascismo non abbiamo sconfitto Giorgia Meloni, né basterà a sconfiggere Vannacci», invitando a concentrarsi sul malessere economico che alimenta l’estrema destra. Una spaccatura che, osservata da Bruxelles, appare sintomatica di una sinistra europea in affanno, spesso più a suo agio nella difesa di purezze ideologiche che nell’offerta di risposte concrete alla crisi del potere d’acquisto e alla rabbia sociale.
Lo specchio francese è illuminante. Mentre in Italia si litiga sul certificato di buona condotta democratica, a Parigi il leader de La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon conduce una campagna presidenziale che, secondo analisti scandinavi e osservatori d’Oltralpe, ha polverizzato l’unità della gauche con una strategia accusata di cavalcare l’antisemitismo. La stampa svedese descrive una sinistra francese spaccata tra il radicalismo identitario di Mélenchon e le forze che rifiutano di legittimare discorsi ambigui, mentre un profilo pubblicato da commentatori anglosassoni ne esalta la tempra di combattente indomito, capace di dettare l’agenda ma anche di alienare alleati storici. Il parallelismo con l’Italia è evidente: in entrambi i Paesi la definizione di chi sia autenticamente democratico passa per liturgie verbali che rischiano di trasformarsi in liste di proscrizione, regalando alla destra l’argomento della censura illiberale.
La polemica italiana ha così smesso di essere una questione di regolamento fieristico per diventare il sintomo di una guerra culturale che attraversa l’Europa. Da Roma a Parigi, da Stoccolma ai circoli progressisti di Berlino, la tensione tra la necessità di arginare rigurgiti autoritari e il rispetto della libertà di espressione si sta caricando di un potenziale divisivo che potrebbe ridefinire gli equilibri politici. Il rischio, avvertono analisti del Nord Europa, è che la sinistra si chiuda in un fortino di virtù autocertificate, mentre la destra si accredita come unica garante della libertà di parola. In Italia, il braccio di ferro sul patentino antifascista rischia di oscurare le urgenze economiche e di offrire a Meloni un palcoscenico su cui rafforzare la sua narrazione di vittima del conformismo progressista, proprio mentre il Paese si affaccia sulla soglia della recessione.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa italiana dà ampio spazio alla polemica sull'obbligo per gli editori di firmare un impegno antifascista per la fiera del libro. Gli esponenti del governo lo bollano come un test di lealtà di matrice stalinista, sottolineando con ironia che il codice penale reca ancora la firma di Mussolini, mentre la sinistra difende l'antifascismo come valore irrinunciabile della democrazia.
Da lontano, la stampa indiana inquadra la controversia italiana come un riflesso della lotta europea più ampia tra forze di destra in ascesa e movimenti di sinistra resilienti, incarnata dalla figura di Jean-Luc Mélenchon. In quest'ottica, il 'patentino antifascista' appare come uno strumento necessario per difendere la democrazia, e l'opposizione del governo italiano è letta con ironico distacco.
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