
Il greggio balla sotto gli 80 dollari: la pace con l’Iran è un’arma a doppio taglio
Dopo il crollo ai minimi da tre mesi, le quotazioni rimbalzano per le minacce di Trump, mentre l’Agenzia internazionale dell’energia prevede un eccesso di offerta nel 2027.
Mercoledì 17 giugno il petrolio ha vissuto una seduta schizofrenica, perforando brevemente la soglia psicologica degli 80 dollari al barile per poi risalire in un sussulto di incertezza. Il Brent del Mare del Nord, dopo aver toccato nuovi minimi da tre mesi sull’onda dell’ottimismo per l’imminente accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, è rimbalzato fino a sfiorare 80,09 dollari nel pomeriggio, per chiudere infine a 79,55 dollari. Il West Texas Intermediate ha seguito un percorso analogo, attestandosi a 76,79 dollari. A scatenare le oscillazioni sono state le dichiarazioni contraddittorie del presidente Donald Trump, che ha definito «non definitivo» il memorandum d’intesa con Teheran e ha minacciato di riprendere i bombardamenti se non sarà soddisfatto dell’attuazione dell’accordo.
La bozza di intesa, che dovrebbe essere firmata venerdì in Svizzera, prevede un allentamento immediato delle sanzioni americane sull’export di greggio e prodotti petrolchimici iraniani, oltre alla riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del commercio mondiale di petrolio. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, che importa dal Golfo Persico una quota rilevante del proprio fabbisogno energetico, la normalizzazione dei flussi rappresenterebbe un sollievo tangibile dopo mesi di premi di rischio elevati e tensioni inflazionistiche. Tuttavia, la retorica militare di Trump ha ricordato ai mercati che la pace non è ancora scolpita nella pietra, e che il via libera alle esportazioni iraniane potrebbe essere revocato in qualsiasi momento.
A complicare il quadro è intervenuta l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), che nel suo primo outlook per il 2027 ha dipinto uno scenario di surplus massiccio dell’offerta globale, con la produzione iraniana in grado di raggiungere gli 8 milioni di barili al giorno già nel prossimo anno, una volta superata la contrazione bellica. Secondo gli analisti mediorientali, questa prospettiva getta un’ombra lunga sulla tenuta dei prezzi nel medio termine, anche qualora l’accordo reggesse. Non a caso, i future sul Brent avevano perso oltre il 5% nella sola giornata di martedì, segnando la flessione più brusca dall’inizio del conflitto.
Dall’America Latina, dove diverse economie dipendono dalle quotazioni delle materie prime, si osserva con cauto sollievo il possibile disgelo, ma si teme al contempo l’effetto depressivo di un eccesso di barili sui bilanci dei paesi produttori. Gli operatori di San Paolo e Buenos Aires hanno registrato un aumento del traffico navale nello Stretto di Hormuz già nelle ultime ore, segnale che il mercato sta scontando una riapertura imminente. A Mosca, invece, si segue con attenzione la dinamica dei prezzi perché un Brent stabilmente sotto gli 80 dollari ridurrebbe le entrate fiscali russe, già sotto pressione per le sanzioni occidentali.
In questo clima, i mercati stanno implicitamente scommettendo su una sorta di “Trump put”: la convinzione che l’inquilino della Casa Bianca, pur brandendo la minaccia militare, abbia un interesse strategico a evitare un’impennata duratura dei prezzi dell’energia in un anno elettorale. Fino alla firma di venerdì, e probabilmente oltre, il greggio resterà sospeso tra il sollievo per la fine delle ostilità e il timore che la pace porti con sé una nuova guerra, quella dei prezzi, in un mercato che rischia di annegare nell’abbondanza.
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I prezzi del petrolio oscillano intorno agli 80 dollari mentre i trader reagiscono ai segnali contrastanti di Trump. Il mercato sconta una 'Trump put', scommettendo che il presidente alla fine garantirà un accordo per riaprire Ormuz, anche se la volatilità persiste.
Il calo del petrolio ha vacillato dopo che Trump ha avvertito che l'accordo USA-Iran non è definitivo, spingendo brevemente il Brent sopra gli 80 dollari. Il mercato è alle prese con il rischio che il cessate il fuoco possa fallire, mantenendo vivi i timori di interruzioni dell'offerta.
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