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Warsh debutta alla Fed: tassi fermi, ma si prepara una stretta entro l’anno

Prima riunione per il nuovo presidente della banca centrale americana: voto unanime, inflazione rivista al rialzo e nove membri pronti ad alzare i tassi nel 2026, mentre i mercati affondano.

La Federal Reserve inaugura l’era di Kevin Warsh con una decisione unanime che congela i tassi tra il 3,50 e il 3,75 per cento, ma il messaggio che filtra dalle proiezioni dei governatori è inequivocabilmente restrittivo. Nove dei diciotto membri del Comitato di politica monetaria si aspettano almeno un rialzo entro la fine del 2026, sei ne prevedono due, e lo stesso Warsh ha scelto di non presentare una propria stima, rompendo una tradizione consolidata. Il comunicato, ridotto a 132 parole contro le oltre trecento delle riunioni precedenti, elimina ogni indicazione prospettica («forward guidance»), bollata dal nuovo presidente come «inadeguata» in un contesto di incertezza legata al conflitto in Medio Oriente e a un’inflazione che a maggio ha toccato il 4,2 per cento, ben oltre l’obiettivo del 2 per cento. «I prezzi elevati sono un peso per gli americani, e questo comitato garantirà la stabilità dei prezzi», ha scandito Warsh nella sua prima conferenza stampa, promettendo di correggere un’inflazione che resta fuori controllo da oltre cinque anni.

La reazione dei mercati è stata immediata e severa: Wall Street ha vissuto la peggiore seduta per il debutto di un presidente della Fed dal 1994, con il Dow Jones in calo di oltre 500 punti, l’S&P 500 in flessione dell’1,5 per cento e il Nasdaq in ribasso dell’1,4 per cento. Il dollaro si è rafforzato, i rendimenti dei Treasury a due anni sono balzati di 16 punti base e l’oro ha perso l’1 per cento. Gli operatori, che fino a poche ore prima scontavano un taglio dei tassi, ora prezzano un aumento già a ottobre. A pesare è la combinazione tra un mercato del lavoro ancora solido, con disoccupazione al 4,3 per cento, e il caro-energia innescato dalla guerra in Iran, che ha spinto la Fed a rivedere al rialzo le stime di inflazione di fine anno dal 2,7 al 3,6 per cento, limando al contempo la crescita del PIL dal 2,4 al 2,2 per cento.

Dall’Europa, la svolta falco di Warsh suscita interrogativi sulla traiettoria della Banca centrale europea. Un dollaro forte e tassi americani in possibile rialzo rischiano di accentuare la divergenza con Francoforte, dove il ciclo di allentamento è ancora in corso, e di ripercuotersi sui rendimenti dei titoli di Stato italiani, già sotto pressione per le incertezze fiscali. Gli analisti di Bruxelles temono che un’eventuale stretta della Fed possa frenare la ripresa del Vecchio Continente, mentre da Pechino si guarda con preoccupazione all’impatto sui flussi di capitale verso i mercati emergenti e sul prezzo delle materie prime. Non è un caso che Donald Trump, in visita a Parigi, abbia liquidato la decisione con un «va bene così», aggiungendo che «ora c’è una persona molto valida al comando»: il presidente americano, che per mesi aveva attaccato il predecessore Jerome Powell reclamando tagli immediati, sembra concedere a Warsh una tregua politica, purché la Fed resti nelle sue mani.

Warsh ha annunciato la creazione di cinque gruppi di lavoro per riformare aree chiave della banca centrale, dalla raccolta dei dati economici alla gestione del bilancio. L’obiettivo dichiarato è rendere la Fed più reattiva e meno vincolata a segnali che possano ingessare le decisioni. Ma la scommessa è rischiosa: rinunciare alla forward guidance in un momento di tensioni geopolitiche e inflazione vischiosa potrebbe aumentare la volatilità, come già visto nella seduta post-riunione. Il percorso di Warsh si annuncia stretto, tra la pressione politica per non soffocare la crescita e l’imperativo di domare i prezzi. Per l’Italia e l’Europa, molto dipenderà dalla capacità della BCE di gestire gli effetti di contagio, mentre i mercati restano in attesa di segnali concreti dal fronte mediorientale, dove un possibile accordo di pace potrebbe ridisegnare lo scenario energetico e, con esso, le prossime mosse della Fed.

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Il dollaro si mantiene stabile in attesa della prima riunione della Fed sotto la guida di Kevin Warsh, mentre l'ottimismo per un accordo temporaneo tra USA e Iran favorisce l'appetito per il rischio e riduce la domanda di valuta rifugio. I mercati restano cauti, concentrati sulle indicazioni che il nuovo presidente fornirà sul percorso dei tassi.

Stampa latinoamericana/ mercato
pragmatismoscetticismo

La Fed dovrebbe lasciare i tassi invariati al debutto di Warsh, ma cresce la preoccupazione per l'inflazione alimentata dalla guerra in Iran e per le pressioni politiche di Trump. I mercati latinoamericani osservano con attenzione, valutando le possibili ripercussioni sulle politiche monetarie locali come il Copom brasiliano, mentre lo scetticismo sulle riforme proposte da Warsh resta elevato.

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Warsh debutta alla Fed: tassi fermi, ma si prepara una stretta entro l’anno

Prima riunione per il nuovo presidente della banca centrale americana: voto unanime, inflazione rivista al rialzo e nove membri pronti ad alzare i tassi nel 2026, mentre i mercati affondano.

La Federal Reserve inaugura l’era di Kevin Warsh con una decisione unanime che congela i tassi tra il 3,50 e il 3,75 per cento, ma il messaggio che filtra dalle proiezioni dei governatori è inequivocabilmente restrittivo. Nove dei diciotto membri del Comitato di politica monetaria si aspettano almeno un rialzo entro la fine del 2026, sei ne prevedono due, e lo stesso Warsh ha scelto di non presentare una propria stima, rompendo una tradizione consolidata. Il comunicato, ridotto a 132 parole contro le oltre trecento delle riunioni precedenti, elimina ogni indicazione prospettica («forward guidance»), bollata dal nuovo presidente come «inadeguata» in un contesto di incertezza legata al conflitto in Medio Oriente e a un’inflazione che a maggio ha toccato il 4,2 per cento, ben oltre l’obiettivo del 2 per cento. «I prezzi elevati sono un peso per gli americani, e questo comitato garantirà la stabilità dei prezzi», ha scandito Warsh nella sua prima conferenza stampa, promettendo di correggere un’inflazione che resta fuori controllo da oltre cinque anni.

La reazione dei mercati è stata immediata e severa: Wall Street ha vissuto la peggiore seduta per il debutto di un presidente della Fed dal 1994, con il Dow Jones in calo di oltre 500 punti, l’S&P 500 in flessione dell’1,5 per cento e il Nasdaq in ribasso dell’1,4 per cento. Il dollaro si è rafforzato, i rendimenti dei Treasury a due anni sono balzati di 16 punti base e l’oro ha perso l’1 per cento. Gli operatori, che fino a poche ore prima scontavano un taglio dei tassi, ora prezzano un aumento già a ottobre. A pesare è la combinazione tra un mercato del lavoro ancora solido, con disoccupazione al 4,3 per cento, e il caro-energia innescato dalla guerra in Iran, che ha spinto la Fed a rivedere al rialzo le stime di inflazione di fine anno dal 2,7 al 3,6 per cento, limando al contempo la crescita del PIL dal 2,4 al 2,2 per cento.

Dall’Europa, la svolta falco di Warsh suscita interrogativi sulla traiettoria della Banca centrale europea. Un dollaro forte e tassi americani in possibile rialzo rischiano di accentuare la divergenza con Francoforte, dove il ciclo di allentamento è ancora in corso, e di ripercuotersi sui rendimenti dei titoli di Stato italiani, già sotto pressione per le incertezze fiscali. Gli analisti di Bruxelles temono che un’eventuale stretta della Fed possa frenare la ripresa del Vecchio Continente, mentre da Pechino si guarda con preoccupazione all’impatto sui flussi di capitale verso i mercati emergenti e sul prezzo delle materie prime. Non è un caso che Donald Trump, in visita a Parigi, abbia liquidato la decisione con un «va bene così», aggiungendo che «ora c’è una persona molto valida al comando»: il presidente americano, che per mesi aveva attaccato il predecessore Jerome Powell reclamando tagli immediati, sembra concedere a Warsh una tregua politica, purché la Fed resti nelle sue mani.

Warsh ha annunciato la creazione di cinque gruppi di lavoro per riformare aree chiave della banca centrale, dalla raccolta dei dati economici alla gestione del bilancio. L’obiettivo dichiarato è rendere la Fed più reattiva e meno vincolata a segnali che possano ingessare le decisioni. Ma la scommessa è rischiosa: rinunciare alla forward guidance in un momento di tensioni geopolitiche e inflazione vischiosa potrebbe aumentare la volatilità, come già visto nella seduta post-riunione. Il percorso di Warsh si annuncia stretto, tra la pressione politica per non soffocare la crescita e l’imperativo di domare i prezzi. Per l’Italia e l’Europa, molto dipenderà dalla capacità della BCE di gestire gli effetti di contagio, mentre i mercati restano in attesa di segnali concreti dal fronte mediorientale, dove un possibile accordo di pace potrebbe ridisegnare lo scenario energetico e, con esso, le prossime mosse della Fed.

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La Fed dovrebbe lasciare i tassi invariati al debutto di Warsh, ma cresce la preoccupazione per l'inflazione alimentata dalla guerra in Iran e per le pressioni politiche di Trump. I mercati latinoamericani osservano con attenzione, valutando le possibili ripercussioni sulle politiche monetarie locali come il Copom brasiliano, mentre lo scetticismo sulle riforme proposte da Warsh resta elevato.

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