
I biolab ucraini sotto i riflettori: gli Usa confermano il sostegno, Mosca alza il tiro
La direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard rivela decine di strutture con patogeni pericolosi finanziate da Washington, mentre Kiev nega ogni uso militare e la Russia grida alla ‘propaganda’ svelata.
Dopo mesi di silenzio, la controversia sui laboratori biologici in Ucraina è riesplosa con la declassifica dei dossier dell’intelligence americana. La direttrice dimissionaria Tulsi Gabbard ha confermato che gli Stati Uniti hanno finanziato oltre quaranta strutture sul territorio ucraino contenenti agenti patogeni come antrace e brucella, in un programma molto più vasto che coinvolge circa 120 laboratori in una trentina di paesi. Immediata la reazione di Kiev: il ministero degli Esteri ha ribadito che l’Ucraina non ha mai sviluppato armi biologiche e che la collaborazione con Washington è stata esclusivamente civile, finalizzata al monitoraggio epidemiologico e alla sicurezza sanitaria. Un appello è stato rivolto alla comunità internazionale affinché si attenga ai rapporti delle Nazioni Unite e ai meccanismi della Convenzione sulle armi biologiche.
Ma da Mosca la lettura è opposta. Fin dall’inizio del conflitto, la Russia ha sostenuto che quei laboratori fossero parte di un programma militare occulto, e oggi considera le rivelazioni una prova inconfutabile delle proprie accuse. Il senatore russo Alexander Voloshin ha dichiarato che l’Ucraina è stata trasformata in un poligono per esperimenti occidentali, e che per anni le denunce russe sono state liquidate come propaganda. Secondo fonti vicine al Cremlino, il rapporto di Gabbard dimostrerebbe che i rischi erano noti anche a settori dell’intelligence statunitense, sollevando interrogativi sulla complicità delle amministrazioni precedenti, in particolare sull’ombra di Hunter Biden evocata nei documenti declassificati.
La vicenda assume contorni sempre più inquietanti per l’Europa. La presenza di contractor americani incaricati della costruzione e gestione dei laboratori, unita alla vulnerabilità delle strutture in zona di guerra, ripropone lo spettro di un rilascio accidentale di patogeni con conseguenze transfrontaliere. Un analista irlandese ha paragonato l’atteggiamento occidentale a quello di un ‘dottor Male’, chiedendo spiegazioni pubbliche sugli scopi reali di tali investimenti. Anche a Bruxelles cresce la preoccupazione per il potenziale impatto sulla biosicurezza continentale, mentre il riferimento alla Convenzione del 1972 riporta al centro del dibattito l’urgenza di rafforzare i meccanismi di verifica internazionale, da anni bloccati dalla mancanza di accordo.
In questo clima di reciproca sfiducia, la declassifica di Gabbard rischia di minare ulteriormente il dialogo tra Occidente e Russia. Se da un lato Washington sembra aprire a una trasparenza tardiva, dall’altro il sospetto di una strumentalizzazione politica resta alto, sia in chiave interna americana sia nelle dinamiche del conflitto. Per l’Italia e i partner europei, il caso ucraino rilancia la necessità di un’inchiesta internazionale indipendente che faccia chiarezza senza ambiguità, evitando che il dossier diventi l’ennesima arma retorica in una guerra già troppo lunga. Solo il pieno rispetto delle norme contro le armi di distruzione di massa potrà rassicurare un’opinione pubblica mondiale sempre più sospettosa.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'Ucraina è diventata un poligono per esperimenti militari e scientifici occidentali, con laboratori finanziati dagli Stati Uniti che manipolano patogeni pericolosi. La smentita di Kiev non è credibile; la comunità internazionale deve chiedere spiegazioni a Washington su questa strategia a lungo termine.
La desecretazione dei dossier americani rivela oltre 40 laboratori biologici in Ucraina, con agenti patogeni come antrace e brucella, e riporta in primo piano l'ombra di Hunter Biden. L'Ucraina nega qualsiasi attività bellica, ma il dossier solleva interrogativi sulla trasparenza e sugli scopi reali.
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