
Ebola in Congo: «Il picco è davanti a noi», l’allarme della Croce Rossa
L’epidemia di Bundibugyo, senza vaccino, ha già superato 800 contagi e 192 decessi; l’instabilità nell’est del Paese e i movimenti transfrontalieri alimentano i timori di una crisi prolungata.
«Il picco non è alle nostre spalle, ma davanti a noi». Da Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri, epicentro dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, Bruno Michon, responsabile delle operazioni della Federazione internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, lancia un allarme che ridimensiona ogni ottimismo. A un mese dalla dichiarazione dell’epidemia, il 15 maggio scorso, i casi confermati hanno superato quota 808, con 192 decessi e un tasso di letalità che le autorità sanitarie di Kinshasa stimano intorno al 23,8 per cento. La particolarità di questo focolaio è il ceppo Bundibugyo, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007, per il quale non esistono vaccini né terapie approvate. La Croce Rossa avverte che l’epidemia potrebbe durare un anno, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha già dichiarato l’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale il 16 maggio.
La risposta sanitaria si scontra con un teatro di guerra. L’Ituri, che da solo conta il 93 per cento dei contagi, è una regione dilaniata da decenni da circa cento gruppi paramilitari in lotta per il controllo delle risorse minerarie, a quasi duemila chilometri dalla capitale Kinshasa. Medici Senza Frontiere denuncia da Ginevra che le falle nella sorveglianza, nella diagnosi e nel tracciamento dei contatti continuano a minare gli sforzi di contenimento: «Stiamo perdendo casi», ammettono gli operatori, mentre si registrano fughe di pazienti e difficoltà nell’ingaggio delle comunità. Il virus si è già spostato in nuove aree della RDC e ha varcato il confine con l’Uganda, dove sono stati confermati 19 casi e uno probabile, legati a movimenti transfrontalieri. Il Kenya, pur senza casi, ha alzato la guardia: il ministero della Salute di Nairobi ha predisposto una squadra di pronto intervento di oltre 300 operatori in 25 contee considerate ad alto rischio, e organizza sensibilizzazioni bisettimanali per il personale sanitario.
Sul fronte diplomatico e operativo, l’Oms elogia la risposta ugandese ma insiste sulla necessità di una cooperazione regionale rafforzata. La Croce Rossa e Msf chiedono con urgenza un ridimensionamento degli interventi proporzionato alla gravità della crisi. Intanto, un medico americano contagiato durante una missione umanitaria è guarito e rientrato negli Stati Uniti, un segnale che, con risorse adeguate, la sopravvivenza è possibile. In Italia, il Ministero della Salute ha riattivato le misure di sorveglianza: un’ordinanza e una circolare operativa introducono l’autosegnalazione per chi arriva dalle aree colpite, la classificazione del rischio e protocolli di gestione nei pronto soccorso. L’Ebola non è alle porte dell’Europa, ma la memoria delle emergenze passate impone di non abbassare la guardia.
La prospettiva di un’epidemia che si prolunghi per un anno, in assenza di vaccino, riporta al centro la fragilità degli strumenti classici di sanità pubblica – isolamento, tracciamento, sepolture sicure – quando operano in contesti di conflitto e sfiducia. La comunità internazionale, avvertono da Ginevra e da Bruxelles, dovrà colmare il divario tra la portata dell’emergenza e le risorse mobilitate, pena il rischio di una diffusione regionale difficilmente arginabile. Il picco deve ancora arrivare, e con esso la prova più dura per la risposta globale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Mentre il mondo segue l'epidemia di Ebola in Congo, i media locali nigeriani si concentrano su un focolaio di colera nello Stato di Plateau, con 5 morti e 11 casi confermati. Le autorità sanitarie stanno rafforzando gli interventi per contenere la diffusione, mostrando un approccio pragmatico alle emergenze locali piuttosto che allarmismo globale.
L'impennata dei casi di Ebola a quasi 800 nella RDC, causata dal raro ceppo Bundibugyo per il quale non esistono vaccini né terapie approvate, sta suscitando allarme. I numeri ufficiali sono ritenuti sottostimati a causa del ritardo nella rilevazione e del tracciamento dei contatti sceso al 56%, segnalando una risposta insufficiente e un rischio di diffusione incontrollata.
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