
Budapest scrive la norma anti-Orbán: due mandati e mai più un premier a vita
Con una modifica costituzionale retroattiva, il Parlamento ungherese impedisce a Viktor Orbán di tornare al potere, smantellando l’architettura illiberale costruita in sedici anni.
Il Parlamento di Budapest ha approvato a larghissima maggioranza un emendamento costituzionale che limita a otto anni, consecutivi o meno, la permanenza nella carica di primo ministro. La riforma, voluta dal nuovo premier Péter Magyar e passata con 135 voti favorevoli, 50 contrari e 6 astensioni grazie alla maggioranza dei due terzi del partito Tisza, ha un effetto retroattivo: impedisce a Viktor Orbán, che ha guidato il paese per sedici anni, di candidarsi mai più alla guida del governo. I deputati di Fidesz, il partito dell’ex premier, hanno votato compatti contro quella che già chiamano «legge Orbán», mentre il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, vicino all’ex maggioranza, dovrà ora firmare il testo per renderlo operativo.
La modifica non è soltanto un argine personale. Il voto di lunedì sera rappresenta il primo tassello di un più ampio smantellamento del sistema orbániano. La stessa seduta ha abolito la protezione costituzionale della «Autorità per la difesa dell’identità costituzionale», un organismo creato dal precedente regime per indagare cittadini, organizzazioni e media ritenuti una minaccia per l’identità nazionale. Magyar, che in campagna elettorale aveva promesso di impedire ogni nuova concentrazione di potere, ha scelto di intervenire subito sulla Costituzione, la stessa che Orbán aveva riscritto e modificato quindici volte per blindare il proprio controllo. Secondo analisti dell’Europa centro-orientale, la rapidità dell’intervento ricorda i metodi del vecchio corso, ma rovesciati di segno: una maggioranza bulgara usata per smontare, anziché per blindare, l’autoritarismo.
La vicenda ungherese assume un significato che va oltre i confini nazionali. Da Bruxelles si osserva con sollievo il ritorno di Budapest a un quadro di normalità democratica, dopo anni di scontri sullo stato di diritto e sui fondi europei congelati. Ma l’eco arriva anche più a est. Nell’ottica di Ankara, la caduta di Orbán – avvenuta in aprile nonostante un sistema elettorale fortemente sbilanciato a suo favore – dimostra che perfino i leader più longevi e spregiudicati possono essere battuti. Recep Tayyip Erdoğan, al potere da ventitré anni, ha appena indebolito per via giudiziaria il principale partito d’opposizione, ma il precedente magiaro suggerisce che la manipolazione delle regole non basta a garantire la sopravvivenza politica.
Resta da vedere se la firma del presidente Sulyok arriverà senza intoppi. Magyar ha già avvertito che un eventuale rifiuto sarebbe incostituzionale, e la sua maggioranza parlamentare è sufficiente a superare ogni veto. Orbán, rieletto leader di Fidesz pochi giorni fa, ha denunciato la riforma come una vendetta personale, ma il suo partito appare privo degli strumenti per bloccarla. Per l’Italia e per l’Unione, la stabilizzazione dell’Ungheria sotto una leadership conservatrice ma europeista potrebbe ridurre le fratture interne al Consiglio e facilitare decisioni su migrazione e bilancio. La vera incognita è se la nuova architettura istituzionale reggerà alla prova del tempo, o se la tentazione di usare i due terzi per riscrivere le regole a proprio vantaggio resterà una costante della politica magiara.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il parlamento ungherese ha approvato un emendamento costituzionale che limita a otto anni il mandato del primo ministro, precludendo di fatto il ritorno di Viktor Orbán. La misura è stata adottata dal nuovo governo guidato da Peter Magyar, che ha estromesso Orbán dopo 16 anni al potere e dispone di una maggioranza di due terzi.
Il parlamento ungherese ha approvato a larga maggioranza un emendamento costituzionale che limita a otto anni il mandato del primo ministro, mantenendo una promessa elettorale del premier conservatore e filo-UE Peter Magyar. La riforma impedisce il ritorno del nazionalista Viktor Orbán, che ha guidato il paese per 16 anni.
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