
Brasile, dopo dieci anni la procura incrimina due poliziotti per l’omicidio del piccolo Eduardo
Il caso del bambino ucciso nel 2015 si riapre grazie alle prove portate dalla madre, mentre in Argentina e in Europa altri episodi con minori e armi mettono alla prova i sistemi giudiziari.
La Prima Procura Specializzata di Rio de Janeiro ha formalmente incriminato due agenti della polizia militare per l’omicidio qualificato di Eduardo de Jesus Ferreira, il bambino di dieci anni raggiunto da un colpo di fucile alla schiena nell’aprile del 2015 durante un’operazione nel complesso dell’Alemão. Secondo la ricostruzione dell’accusa, i poliziotti avrebbero sparato da una distanza di circa quattro metri mentre il minore era seduto davanti all’ingresso di casa, per poi alterare la scena del crimine simulando un conflitto a fuoco con l’inserimento di bossoli calibro .40. La decisione arriva dopo che la madre della vittima, Terezinha Maria de Jesus, ha consegnato al Ministerio Público quarantatré video e la testimonianza di una persona che all’epoca dei fatti era minorenne e che ha dichiarato di aver assistito all’accaduto. L’inchiesta era stata archiviata nel 2016 con la tesi della legittima difesa, ma la nuova documentazione ha spinto la procura a chiedere il rinvio a giudizio davanti alla Corte d’Assise e una provvisionale di almeno un milione di reais a titolo di riparazione.
Parallelamente, in Argentina il dibattito pubblico si è concentrato sul caso di un sedicenne di La Plata nella cui abitazione la polizia ha sequestrato venticinque armi da fuoco e oltre seimilasettecento munizioni. La difesa, affidata allo studio Annuasi Castañón Hurtado, contesta l’impianto accusatorio per intimidazione pubblica e sostiene che il ragazzo è un tiratore sportivo federato, disciplina che in Argentina può essere praticata sotto supervisione già a partire dai dieci anni, e che ha rappresentato il Paese in competizioni internazionali. I legali denunciano un operativo sproporzionato con l’impiego di forze speciali e chiedono che l’indagine tenga conto del contesto regolamentato in cui il minore maneggiava le armi. La giustizia dovrà ora chiarire la situazione amministrativa dell’arsenale e l’eventuale rilevanza penale della condotta.
In Europa, due distinti episodi ripropongono la tensione tra detenzione di oggetti pericolosi e percezione sociale della minaccia. A Riccione, la polizia locale ha fermato tre minorenni provenienti da Bologna che trasportavano in uno zaino due tirapugni metallici, uno spray urticante fuori norma, uno storditore elettrico da 980mila volt e un coltello da cucina con lama di circa ventotto centimetri. I giovani, che non hanno fornito spiegazioni, sono stati denunciati alla procura minorile. In Svezia, un diciottenne di Linköping è stato rinviato a giudizio per detenzione aggravata di arma dopo che la polizia, analizzando il telefono nell’ambito di un’altra indagine, aveva trovato quattordici video in cui il ragazzo impugnava una pistola risultata poi essere a gas lacrimogeno. L’accusa ritiene il reato aggravato perché l’arma, priva di un uso legale, era posseduta in un contesto che, secondo gli inquirenti, lasciava temere un impiego criminale.
Al di là delle differenze tra i sistemi penali, i quattro episodi mostrano come le autorità giudiziarie di diversi continenti siano chiamate a distinguere tra condotte regolamentate, comportamenti a rischio e veri e propri reati, in un quadro in cui la presenza di minori amplifica la domanda di risposte proporzionate. In Brasile il processo attende ora la fissazione della data davanti al Tribunale del Júri; in Argentina l’inchiesta è ancora nella fase preliminare; in Italia e Svezia i procedimenti sono nella disponibilità delle procure competenti. Per l’Europa, il confronto con i casi latinoamericani ripropone la questione di standard probatori e di garanzie che, secondo osservatori giuridici del continente, devono evitare sia l’impunità sia la criminalizzazione affrettata di condotte minorili.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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