
Al funerale di Khamenei, un poeta invoca la morte di Trump
L’appello, durante le esequie della Guida suprema uccisa in un raid, accende la tensione mentre Tehran e Washington negoziano per un cessate il fuoco permanente.
Durante i funerali della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, svoltisi domenica 5 luglio a Teheran, il poeta Mohammad Rasouli ha chiamato la folla a invocare la morte del presidente statunitense Donald Trump, tra cori di «Morte all’America» e «Morte a Israele». L’episodio – il primo caso di un simile appello lanciato da un presentatore ufficiale della cerimonia – si è consumato di fronte a centinaia di migliaia di persone, in un clima reso incandescente dalla recente guerra nel Golfo, che ha sconvolto gli equilibri energetici globali. Khamenei, 86 anni, è rimasto ucciso in un attacco aereo attribuito a forze statunitensi e israeliane lo scorso 28 febbraio, nelle fasi iniziali del conflitto; le sue esequie, a lungo rimandate, rappresentano un banco di prova per la leadership iraniana, già provata dalle ostilità.
Secondo fonti diplomatiche occidentali, l’incitamento alla violenza verbale si inserisce in un momento delicato dei colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti per una tregua duratura. Tehran, attraverso il controllo strategico dello Stretto di Hormuz – da cui transita un quinto del petrolio e del gas naturale mondiali – cerca di ottenere condizioni più favorevoli al tavolo negoziale, mentre Francia e Regno Unito hanno avanzato l’ipotesi di pattugliamenti congiunti nella zona, suscitando un immediato monito da parte del capo negoziatore iraniano Kazem Gharibabadi. In questo quadro, l’uscita del poeta Rasouli appare come un segnale interno: il regime non intende abbandonare la retorica rivoluzionaria nonostante le trattative, anche se analisti con base a Bruxelles sottolineano come simili prese di posizione possano alimentare le correnti più oltranziste e indebolire il fronte pragmatico rappresentato dal presidente Pezeshkian.
L’assenza più vistosa alla cerimonia è stata quella del nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, figlio del defunto, il quale, secondo indiscrezioni, sarebbe rimasto ferito nello stesso raid che ha ucciso il padre e si troverebbe ora in clandestinità, nel timore di un’azione mirata israeliana. L’establishment iraniano, pur negando ufficialmente ogni piano di assassinio contro Trump, ha da anni tollerato propaganda che raffigura il presidente americano come un bersaglio, soprattutto dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020. Le autorità statunitensi continuano a monitorare le minacce contro Trump e altri ex funzionari.
Mentre a Teheran il lutto popolare si mescolava alle invocazioni di vendetta, a Washington Trump celebrava il 250° anniversario dell’indipendenza vantando il successo dell’offensiva militare in Iran («Li abbiamo spazzati via», ha dichiarato). Un parallelismo che fotografa la distanza tra i due paesi, mentre i colloqui per un accordo permanente restano in una fase di stallo. La sepoltura di Khamenei, prevista nei prossimi giorni, potrebbe rappresentare un nuovo momento di mobilitazione, con il nuovo regime chiamato a gestire l’eredità di una guerra che ha riscritto gli assetti regionali.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa cinese | 0.00 | neutral |
| Stampa israeliana | −0.70 | critical |
L'India e il Sud Asia osservano con scetticismo la doppia morale iraniana: mentre negozia, incita all'omicidio.
L'accostamento tra la retorica funebre e i negoziati in corso fa apparire l'Iran ipocrita e inaffidabile.
L'America Latina registra i fatti senza prendere posizione: il poeta ha parlato, la folla ha applaudito.
Evitando qualsiasi contestualizzazione o giudizio, la cronaca normalizza l'evento come una notizia qualsiasi.
Tace il contesto delle trattative in corso tra Iran e Stati Uniti, che avrebbero messo in luce la contraddizione.
La Cina riporta con cautela, usando giri di parole per smorzare la carica provocatoria.
Attraverso una parafrasi eufemistica, il tono si abbassa e si evita lo scontro diretto.
Omette i cori più espliciti come 'Morte all'America' e 'Morte a Israele', attenuando la violenza verbale.
Israele avverte che l'Iran ha trasformato il lutto in una piattaforma di odio: l'invito a uccidere Trump è una minaccia diretta alla sicurezza globale.
Evidenziando l'appello esplicito e l'entusiasmo della folla, si costruisce l'immagine di un Iran aggressore irrazionale, giustificando una risposta dura.
Non menziona che Khamenei è stato ucciso in un attacco aereo statunitense, omissione che avrebbe fornito un contesto alle reazioni iraniane.
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