
Il test del gene SRY ridisegna i confini dello sport femminile
La WTA introduce l’esame genetico obbligatorio per le tenniste, mentre la Corte Suprema USA vieta le atlete transgender nelle squadre femminili e in Iran la violazione della privacy colpisce centinaia di donne.
Dal 21 luglio, per scendere in campo nei tornei del Women’s Tennis Association, ogni tennista dovrà sottoporsi una volta nella vita a un tampone salivare, un prelievo di sangue o un campione di saliva che cerchi il gene SRY, marcatore situato sul cromosoma Y e coinvolto nello sviluppo sessuale di tipo maschile. Un risultato negativo garantirà l’ammissione immediata; uno positivo farà scattare accertamenti medici supplementari, il cui contenuto non è stato reso noto. La nuova politica, approvata dopo un confronto con le atlete e un’analisi degli standard internazionali, sostituisce la precedente regola del 2024 che consentiva la partecipazione di donne transgender con livelli di testosterone ridotti per almeno due anni. La WTA ha dichiarato di voler «promuovere pari opportunità atletiche e mantenere una competizione leale», riconoscendo al tempo stesso la delicatezza del tema.
La mossa si inserisce in un riallineamento globale. World Athletics, World Aquatics, l’Unione Ciclistica Internazionale e World Boxing hanno già adottato test genetici o restrizioni per le atlete con sviluppo sessuale atipico. A marzo il Comitato Olimpico Internazionale ha annunciato che, a partire dai Giochi di Los Angeles 2028, solo le atlete con test SRY negativo potranno competere nelle categorie femminili. Negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha chiuso una controversia parallela: con una decisione unanime ha stabilito che le leggi di Idaho e Virginia Occidentale, le quali riservano le squadre sportive femminili alle donne biologiche, non violano la normativa federale sui diritti civili. Secondo la Corte, il termine «sesso» nel Titolo IX va inteso nel suo significato ordinario degli anni Settanta, e le differenze fisiche tra i sessi giustificano la separazione per garantire equità e sicurezza.
Mentre lo sport ridisegna i propri confini biologici, in Iran la violazione della privacy femminile assume contorni drammatici. Nelle province di Lorestan, Kermanshah e Azarbaijan occidentale, la diffusione non consensuale di immagini e messaggi privati su canali Telegram ha colpito centinaia di donne, incluse minorenni, con episodi di estorsione. Tre adolescenti si sono tolte la vita e altre sono state ricoverate dopo tentativi di suicidio. La pressione sociale, alimentata da codici tradizionali che colpevolizzano la vittima anziché il criminale, aggrava un quadro già segnato dall’assenza di una rete civile di supporto e da leggi deboli sulla protezione dei dati. Il caso iraniano mostra come la tecnologia, se non accompagnata da tutele istituzionali, possa trasformarsi in un’arma di controllo e umiliazione.
Anche in Occidente il rapporto tra privacy e protezione è al centro del dibattito. La crittografia end-to-end, strumento essenziale per giornalisti e dissidenti, consente però lo sfruttamento sessuale di minori in diretta streaming, fenomeno in crescita secondo le autorità statunitensi. Parallelamente, il progetto di legge federale Protect College Sports Act, che garantirebbe alla NCAA un’esenzione antitrust in cambio di autoregolamentazione, solleva interrogativi: concedere più potere a un’istituzione già gravata da oltre 260 indagini aperte per cattiva gestione di casi di abuso, scrive l’ex olimpionica Katie Uhlaender, rischia di neutralizzare proprio la capacità degli atleti di difendersi.
Il test SRY non è soltanto una procedura medica: è il sintomo di una stagione in cui lo sport, la legge e la tecnologia ridisegnano insieme il perimetro della categoria femminile. La prossima tappa concreta sarà Los Angeles 2028, dove per la prima volta un’Olimpiade applicherà un filtro genetico universale alle atlete, chiudendo un’epoca di autodichiarazione e aprendo un capitolo in cui la biologia torna a essere il criterio primo di eleggibilità.
| Stampa russa e CSI | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.40 | aligned |
La Russia riproietta la decisione della WTA come un'imposizione esterna, sottolineando l'assenza di atlete transgender nel circuito.
Utilizza il verbo 'заставила' (costringere) per presentare la misura come coercitiva, e menziona il contesto olimpico per suggerire un trend globale di restrizioni.
Non menziona il metodo del test (tampone orale) né la data di entrata in vigore (21 luglio), dettagli presenti in altre fonti.
L'anglosfera conservatrice celebra la decisione come una difesa della competizione leale, ponendo l'accento sulla protezione delle atlete.
Utilizza il termine 'protect fair competition' per inquadrare la misura come necessaria e positiva, omettendo qualsiasi riferimento a controversie o assenza di atlete transgender.
Non menziona che attualmente non ci sono atlete transgender nel tennis professionistico, né le precedenti politiche WTA che le permettevano.
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