
Venezuela si ritira dalla Corte penale internazionale: denunciato un "pregiudizio geografico"
La notifica formale all'Onu avvia un percorso di uscita irrevocabile, mentre restano attive le indagini per crimini contro l'umanità risalenti all'era Maduro.
Il governo del Venezuela ha notificato alle Nazioni Unite la decisione «ferma e irrevocabile» di denunciare lo Statuto di Roma e avviare il ritiro dalla Corte penale internazionale. L'annuncio, diffuso su X dal ministro degli Esteri Félix Plasencia, arriva su istruzione della presidente ad interim Delcy Rodríguez e costituisce il punto d'arrivo di una escalation diplomatica che lo scorso dicembre aveva già portato il Parlamento, a maggioranza chavista, a votare l'abrogazione dell'adesione all'Aia. Secondo fonti governative di Caracas, la Corte perpetua un «pregiudizio geografico» che concentra in modo sproporzionato le sue indagini su Paesi africani e latinoamericani, trasformandosi in uno strumento di lawfare al servizio di interessi politici.
La mossa venezuelana si inserisce nella cornice dell'inchiesta aperta dalla Cpi nel 2018 e poi formalizzata nel 2021 con l'autorizzazione a investigare su presunti crimini contro l'umanità commessi dalle forze di sicurezza durante le violente proteste del 2017, che causarono almeno 125 morti. Caracas ha sempre invocato il principio di complementarità, sostenendo che la giustizia nazionale fosse in grado di procedere, ma la Corte ha respinto tale posizione nel 2023, riaffermando la propria giurisdizione. L'irritazione del governo si è acuita dopo il rigetto, nel marzo scorso, di una denuncia venezuelana che qualificava le sanzioni statunitensi come crimini contro l'umanità e dopo la chiusura, nel dicembre 2025, dell'ufficio tecnico della Procura a Caracas per mancanza di «progressi reali» nel dialogo.
Dal punto di vista giuridico, l'uscita dalla Cpi non è immediata: secondo l'articolo 127 dello Statuto, occorrerà un anno perché il recesso abbia effetto. Inoltre, la Corte ha precisato che il ritiro non incide sugli obblighi di cooperazione relativi a indagini già avviate quando il Venezuela era Stato parte. Ciò significa che l'inchiesta sui crimini del 2017 non si arresterà automaticamente, anche se la mancanza di collaborazione da parte di Caracas potrebbe rendere più difficile la raccolta delle prove. Non è un caso che la coincidenza temporale abbia sovrapposto l'annuncio venezuelano alla destituzione, da parte dell'assemblea degli Stati membri, del procuratore capo Karim Khan – lo stesso che aveva chiesto l'arresto di Netanyahu e Gallant e che nega le accuse di violenza sessuale che hanno portato alla sua rimozione, alimentando un clima di incertezza sul futuro della Corte.
Sullo sfondo resta la complessa situazione politica venezuelana. Nicolás Maduro, oggi detenuto negli Stati Uniti dopo essere stato estromesso in gennaio da un intervento militare americano, ha visto il suo governo ripetutamente nel mirino della comunità internazionale. La nuova amministrazione ad interim, guidata dalla stessa Rodríguez che era vicepresidente del precedente esecutivo, ha scelto la linea del confronto frontale, in sintonia con la retorica del «Sud globale» che denuncia un doppio standard nell'applicazione della giustizia penale internazionale. Per l'Europa e in particolare per l'Italia, che assieme agli altri Paesi Ue considera la Cpi un pilastro dell'ordine giuridico multilaterale, l'uscita del Venezuela rischia di approfondire la frattura tra chi difende l'universalità del diritto penale e chi vi legge una forma di neocolonialismo giudiziario. La prossima mossa attesa è il deposito formale della notifica all'Onu, dopo il quale scatterà il conto alla rovescia per l'uscita effettiva, mentre il fascicolo venezuelano continua a essere istruito a L'Aia.
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