
Trump minaccia di far saltare il T-MEC, ma lascia uno spiraglio
A poche settimane dalla scadenza per il rinnovo, il presidente americano alterna dichiarazioni di rottura a timide aperture, gettando incertezza sul futuro dell’accordo nordamericano.
A margine del vertice G7 in Francia, Donald Trump ha scosso il già fragile equilibrio del commercio continentale affermando di preferire «che il T-MEC non esistesse», salvo poi aggiungere, quasi in un sussurro, «anche se potrei firmarlo». Le parole, pronunciate all’aeroporto di Parigi, condensano l’ambivalenza strategica di Washington verso l’accordo che lega Stati Uniti, Messico e Canada: da un lato la tentazione di archiviare ogni intesa multilaterale, dall’altro la consapevolezza che un’uscita unilaterale scatenerebbe una guerra commerciale su tre fronti proprio mentre l’amministrazione cerca di ricalibrare i rapporti con la Cina e l’Unione Europea.
La scadenza tecnica che incombe rende le parole di Trump tutt’altro che retoriche. Entro il primo luglio, i tre partner devono notificare se intendono prolungare il CUSMA per altri sedici anni, fino al 2042, oppure passare a un regime di rinnovi annuali con revisione congiunta. Canada e Messico hanno già inviato a Washington lettere formali a favore dell’estensione piena, segnalando la volontà di preservare un’architettura che, dal 2020, ha stabilizzato le catene di fornitura regionali. Gli Stati Uniti, invece, non hanno ancora comunicato la propria scelta. Trump ha giustificato la sua freddezza ricordando che proprio lui volle inserire una clausola di estinzione semestrale, assente nel vecchio NAFTA, da lui bollato come «il peggior accordo commerciale mai firmato». Secondo analisti nordamericani, la Casa Bianca starebbe usando la scadenza come leva per ottenere concessioni su dossier collaterali – dalle regole d’origine nel settore auto alla gestione dei flussi migratori – ma il presidente sembra spingersi oltre, mettendo in dubbio l’esistenza stessa dell’intesa.
Dal Messico, dove il T-MEC è considerato un pilastro della strategia di nearshoring, filtrano reazioni caute ma preoccupate. Fonti governative di Città del Messico sottolineano che il trattato ha favorito un’ondata di investimenti manifatturieri e che un’eventuale rottura colpirebbe duramente gli Stati del nord, strettamente integrati con l’economia statunitense. In Canada, la prospettiva di un ritorno a dazi reciproci evoca i traumi del 2018, quando la rinegoziazione del NAFTA paralizzò per mesi le decisioni d’impresa. Ottawa, pur mantenendo un profilo diplomatico, ha già avviato contatti con le province e i settori più esposti – automotive, agricoltura, alluminio – per preparare piani di emergenza.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la posta in gioco è indiretta ma rilevante. Un collasso del T-MEC innescherebbe una ridislocazione delle catene globali del valore e potrebbe incoraggiare Washington ad adottare un approccio ancora più muscolare nei negoziati con Bruxelles, già tesi su dazi, siderurgia e regolamentazione digitale. Secondo osservatori europei, la minaccia di Trump va letta come un messaggio universale: nessun accordo commerciale è irreversibile, e la lealtà atlantica non garantisce più stabilità normativa. Per l’Italia, che esporta negli Stati Uniti macchinari, farmaceutici e agroalimentare per oltre 60 miliardi di euro l’anno, un’escalation protezionistica nordamericana comporterebbe rischi sistemici, soprattutto se accompagnata da una frammentazione del sistema commerciale multilaterale.
La partita resta aperta. Trump ha lasciato intendere che un’intesa è ancora possibile, forse a condizioni più favorevoli per gli Stati Uniti, ma il tempo stringe e la retorica presidenziale alimenta l’incertezza. Se Washington dovesse davvero forzare la scadenza senza rinnovare, il T-MEC entrerebbe in una fase di revisione annuale che prolungherebbe l’agonia negoziale, con il rischio di una denuncia definitiva prima delle elezioni di medio termine del 2026. Per Messico e Canada, la sfida è trasformare l’apertura condizionata di Trump in un impegno vincolante, magari offrendo concessioni mirate che il presidente possa rivendere come vittoria. Ma in un clima in cui la stessa idea di accordo viene definita superflua, la diplomazia commerciale nordamericana cammina sul filo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa anglosassone riporta le dichiarazioni contraddittorie di Trump sul CUSMA, sottolineando la sua preferenza per la cessazione dell'accordo pur lasciando aperta la possibilità di firmarlo. Viene evidenziata la scadenza del 1° luglio e il fatto che Canada e Messico abbiano già chiesto un'estensione di 16 anni, mentre gli Stati Uniti restano indecisi. Il tono è scettico ma pragmatico, incentrato sull'incertezza per il commercio nordamericano.
I media latinoamericani enfatizzano l'insistenza di Trump sul fatto che gli Stati Uniti starebbero meglio senza il T-MEC, notando con ironia la sua disponibilità a firmare. Sottolineano lo squilibrio di potere, citando l'affermazione di Trump secondo cui Canada e Messico hanno più bisogno degli USA che viceversa. La copertura riflette preoccupazione e scetticismo sul futuro dell'accordo trilaterale, con un accenno di rassegnazione.
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