
Teheran mina i depositi di uranio mentre si avvicina l'accordo con Washington
L'Iran ha fortificato i siti nucleari con mine e crolli di tunnel, complicando la verifica di un eventuale patto con gli USA.
A poche ore dalla possibile firma di un accordo tra Stati Uniti e Iran, Teheran ha adottato misure estreme per proteggere le proprie riserve di uranio altamente arricchito. Secondo fonti dell'intelligence americana citate da diversi media internazionali, il regime iraniano ha fatto crollare i tunnel di accesso e piazzato mine esplosive alle entrate dei depositi sotterranei, dove si stima siano custoditi circa 500 chilogrammi di uranio quasi di qualità bellica. La mossa, avvenuta nelle ultime settimane, è una risposta diretta alle dichiarazioni del presidente Donald Trump, che aveva ventilato l'ipotesi di un'operazione militare per confiscare il materiale fissile.
La decisione di Trump di autorizzare un piano segreto di incursione terrestre, elaborato dal generale Dan Caine, era stata accolta con preoccupazione dagli alleati europei. Secondo analisti di Bruxelles, un'azione del genere avrebbe potuto far naufragare i negoziati e innescare una pericolosa escalation in Medio Oriente. Alla fine, il presidente americano ha fatto marcia indietro, ma l'Iran ha comunque proceduto a blindare i propri siti, rendendo ora estremamente complessa qualsiasi operazione di verifica o rimozione del materiale. Gli esperti sottolineano che per accedere ai depositi occorrerebbero attrezzature pesanti, sminamento e la presenza di tecnici nucleari, con tempi e costi proibitivi.
Dal punto di vista europeo, la situazione è particolarmente delicata. L'Italia, che ha sempre sostenuto una soluzione diplomatica, segue con attenzione gli sviluppi: un accordo tra Washington e Teheran potrebbe ridurre le tensioni in Medio Oriente e favorire la stabilità dei prezzi energetici, ma le misure unilaterali iraniane rischiano di minare la fiducia reciproca. Bruxelles teme che, anche in caso di intesa, la rimozione dell'uranio possa diventare un ostacolo insormontabile, vanificando mesi di trattative.
Nell'ottica di Pechino, invece, la crisi rappresenta un'opportunità per rafforzare il proprio ruolo di mediatore. La Cina, che importa ingenti quantità di petrolio iraniano, ha interesse a che l'accordo si concluda senza scossoni, ma guarda con cautela alle mosse di Washington. Mosca, dal canto suo, mantiene un profilo ambiguo: pur sostenendo formalmente il diritto iraniano all'energia nucleare pacifica, ha espresso preoccupazione per la militarizzazione del dossier.
In questo quadro, la comunità internazionale attende con ansia l'esito del vertice di domenica. Se l'accordo dovesse saltare, lo scenario più probabile è un inasprimento delle sanzioni e un aumento della tensione militare. Ma anche in caso di firma, la strada per l'implementazione resta irta di ostacoli, con l'Iran che ha già dimostrato di saper giocare d'anticipo.
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L'Iran ha fortificato i suoi siti di uranio facendo crollare tunnel e piazzando mine, complicando potenzialmente un futuro accordo con gli USA. Il rapporto evidenzia le misure difensive di Teheran mentre i negoziati avanzano, suggerendo una mancanza di fiducia reciproca. La mossa potrebbe ostacolare la verifica e la rimozione dell'uranio arricchito anche se si raggiungesse un'intesa.
L'Iran ha minato e bloccato l'accesso ai suoi depositi sotterranei di uranio, citando le minacce statunitensi. Il rapporto suggerisce che la posizione aggressiva di Washington costringe Teheran a misure protettive estreme. Gli esperti avvertono che tali azioni potrebbero minare qualsiasi futuro accordo, poiché gli USA chiedono la consegna di tutto l'uranio arricchito.
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