
Spionaggio e navi fantasma: la guerra segreta tra Cina e Taiwan si sposta sul web e negli abissi
Taipei lancia un sito per raccogliere informazioni dai cittadini cinesi scontenti, mentre Pechino denuncia tartarughe-spia e spinge le sue navi attorno agli avamposti controllati dall'isola.
In una mossa che ridefinisce i confini della guerra psicologica e digitale nello Stretto, il governo di Taiwan ha inaugurato un portale web destinato a raccogliere segnalazioni di intelligence direttamente dai cittadini della Cina continentale. L’iniziativa, annunciata dall’Ufficio per la sicurezza nazionale di Taipei, si ispira esplicitamente ai canali già utilizzati da agenzie statunitensi, britanniche e israeliane, e si presenta come una valvola di sfogo per quanti, dentro e fuori i confini cinesi, sono «stanchi del sistema e desiderano un cambiamento». Secondo le autorità taiwanesi, il peggioramento delle condizioni economiche e il persistente «controllo politico rigoroso» imposto da Pechino starebbero alimentando un flusso crescente di cittadini pronti a collaborare con l’isola. Il sito, immediatamente oscurato nella Cina continentale, rappresenta un’inedita escalation asimmetrica: non più solo intercettazioni e agenti sotto copertura, ma un appello diretto alla popolazione cinese perché diventi essa stessa fonte di informazione.
La risposta di Pechino non si è fatta attendere, inserendosi in una spirale di ritorsioni che ha ormai la cadenza di un copione collaudato. Solo pochi mesi fa, le autorità cinesi avevano attivato una piattaforma digitale per raccogliere denunce contro i «crimini dei separatisti taiwanesi», in un gioco di specchi che trasforma il cyberspazio in un campo di battaglia per la legittimazione reciproca. Gli analisti di Taipei leggono la mossa come una risposta alla crescente repressione interna e alla sorveglianza di massa esercitata da Pechino, mentre dalla capitale cinese si ribadisce che Taiwan è una provincia ribelle e ogni contatto ufficiale con l’isola costituisce una violazione della sovranità nazionale. In questo clima, l’intelligence diventa un’arma di delegittimazione incrociata, dove ciascuna parte cerca di erodere il consenso interno dell’avversario.
Parallelamente, la tensione si materializza in mare. Taipei ha denunciato per la prima volta l’ingresso di navi della guardia costiera cinese nelle acque prossime a Taiping, l’avamposto controllato da Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. Pechino accusa il partito di governo dell’isola di inerzia di fronte ai negoziati tra Giappone e Filippine sulla delimitazione delle zone economiche esclusive, rivendicando un ruolo di protettore degli interessi territoriali comuni. Per gli osservatori del Sud-est asiatico, si tratta di un banco di prova per stabilire un «controllo effettivo» senza ricorrere a scontri aperti, una strategia di avanzamento graduale che ridisegna la geografia del potere marittimo.
A completare il quadro di una sorveglianza ossessiva, il ministero della Sicurezza di Stato cinese ha lanciato un allarme inedito: agenzie di spionaggio straniere starebbero impiegando animali marini – «tartarughe-spia» e «pesci-spia» dotati di sensori – per raccogliere dati su temperatura, salinità e correnti nelle acque circostanti la Cina, trasmettendoli via satellite. Pur senza fornire dettagli geografici, la denuncia rivela la psicosi da accerchiamento che pervade l’apparato securitario cinese e, al contempo, legittima un’ulteriore militarizzazione degli spazi marittimi. Per gli analisti di Bruxelles, queste rivelazioni, al di là della loro verificabilità, servono a giustificare il rafforzamento delle capacità di controspionaggio e a proiettare un’immagine di vulnerabilità strategica.
Per l’Italia e l’Europa, lo Stretto di Taiwan resta un nodo cruciale non solo per la stabilità geopolitica, ma per la tenuta delle catene globali di approvvigionamento, in particolare dei semiconduttori. L’intensificarsi di questa guerra ibrida – fatta di siti web, animali-spia e navi fantasma – aumenta il rischio di incidenti capaci di innescare una crisi più ampia. Roma, che mantiene una linea di prudente adesione alla politica di «una sola Cina» pur coltivando solidi legami economici con l’isola, osserva con preoccupazione un confronto in cui la diplomazia tradizionale lascia sempre più spazio a strumenti non convenzionali. La domanda, per tutti, è quanto a lungo questa escalation silenziosa possa restare sotto la soglia del conflitto aperto.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Pechino sta intensificando silenziosamente la sua presenza marittima attorno agli avamposti remoti di Taiwan, con navi governative entrate per la prima volta nelle acque vicino all'isola di Taiping. La mossa è presentata come una risposta all'inazione del partito al governo di Taiwan nelle dispute regionali, e gli esperti suggeriscono che getti le basi per un controllo effettivo dell'area.
Taiwan ha sguainato la spada contro la Cina con una mossa di sicurezza strana e provocatoria: il lancio di un sito web per reclutare cittadini cinesi come spie. L'azione è dipinta come un'escalation sconsiderata che sfrutta le difficoltà economiche in Cina, mentre la stessa Taipei è accusata di alimentare le tensioni di spionaggio.
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