
Sudafrica, la corsa ai ripari prima del 30 giugno: evacuazioni di massa e il monito di Ramaphosa
Migliaia di cittadini africani abbandonano il Paese in vista delle proteste anti-immigrati, mentre i governi stranieri organizzano voli di rimpatrio e il presidente sudafricano avverte che ogni violenza sarà perseguita.
A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum lanciato da gruppi anti-immigrati, diversi Stati africani hanno accelerato le operazioni di evacuazione dei propri cittadini dal Sudafrica, dove si teme un’escalation di violenza xenofoba. La Nigeria ha confermato per martedì l’arrivo a Lagos di un nuovo volo di rimpatrio operato da Air Peace, parte di un programma approvato dal presidente Bola Tinubu che ha già riportato a casa 328 persone in due scaglioni. L’Uganda, dopo l’uccisione di un suo cittadino nella provincia di KwaZulu-Natal, ha annunciato l’invio di charter governativi per i 746 connazionali registrati, mentre Malawi, Zimbabwe, Ghana e Mozambico stanno organizzando trasporti via autobus e aerei per migliaia di persone che, in molti casi, dormono all’addiaccio davanti ai consolati in attesa di un posto.
Secondo fonti della presidenza sudafricana, Cyril Ramaphosa ha riconosciuto le preoccupazioni diffuse sull’immigrazione irregolare – dalla pressione sui servizi pubblici alle reti criminali che sfruttano le falle nel sistema di frontiera – ma ha ribadito che il diritto di protesta sancito dalla Costituzione non autorizza intimidazioni, atti di vigilanza privata o violenza. Il presidente ha avvertito che ogni condotta criminale sarà perseguita e ha ricordato che l’applicazione delle leggi sull’immigrazione spetta esclusivamente alle forze dell’ordine, non a singoli o gruppi. Gli organizzatori delle manifestazioni, in particolare il movimento March and March, sostengono di non invocare la violenza, ma al tempo stesso dichiarano di non volersi assumere responsabilità per quanto potrà accadere il 30 giugno.
Sul terreno, la paura sta spingendo migliaia di migranti, anche regolari e richiedenti asilo, a cercare riparo in chiese, scuole e centri di accoglienza temporanei, mentre si moltiplicano le segnalazioni di saccheggi e chiusure forzate di attività commerciali gestite da stranieri. Secondo i dati dell’istituto statistico nazionale, la percentuale di migranti sulla popolazione è scesa dal 5,6% di un decennio fa al 4,1% attuale, un valore contenuto nel confronto internazionale. Ricerche della Banca Mondiale e di accademici dell’Università di Oxford indicano inoltre che l’immigrazione tende a creare posti di lavoro per i locali attraverso i consumi e che la presenza di stranieri nelle carceri – circa il 6% del totale – è in gran parte legata a violazioni delle norme sull’ingresso, non a reati violenti.
La mobilitazione anti-immigrati si inserisce in una lunga scia di episodi xenofobi che periodicamente attraversano il Sudafrica, dove la disoccupazione elevata e le disuguaglianze ereditate dall’apartheid alimentano la ricerca di capri espiatori. Nell’ottica di Bruxelles, la crisi è seguita con attenzione per i possibili riflessi sulle rotte migratorie e sulla stabilità regionale, ma al momento non si registrano iniziative diplomatiche europee dirette. Le forze di polizia sudafricane hanno annunciato un dispiegamento massiccio nelle province considerate a rischio, mentre i governi africani proseguono le operazioni di rimpatrio volontario. La giornata del 30 giugno resta un punto di svolta: l’ampiezza e la natura delle proteste determineranno se l’ondata di partenze si trasformerà in una crisi umanitaria di più vaste proporzioni.
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