
Pioggia di droni su tredici regioni russe: Kiev colpisce la logistica, Crimea in stato d’emergenza
L’Ucraina lancia uno dei più vasti attacchi con droni a lungo raggio, mentre Mosca dichiara di averne intercettati 660 e la penisola occupata affronta carenze di carburante.
Nella notte tra il 25 e il 26 giugno l’Ucraina ha condotto una delle offensive aeree più estese dall’inizio dell’invasione russa, colpendo con droni tredici regioni della Federazione, la Crimea occupata e i mari Nero e d’Azov. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato di aver intercettato e distrutto 660 velivoli senza pilota, il numero più elevato registrato in un singolo attacco nell’ultimo anno. I governatori locali hanno segnalato danni a un impianto industriale a Novomoskovsk, nella regione di Tula, identificato da fonti ucraine e russe indipendenti come lo stabilimento chimico Azot, indicato dal presidente Volodymyr Zelensky come strategico per la produzione di esplosivi. In Crimea, le autorità insediate da Mosca hanno proclamato lo stato d’emergenza regionale, sospendendo la vendita di carburante ai civili a causa dei blackout e delle interruzioni logistiche provocate dai raid ripetuti contro le infrastrutture energetiche della penisola e della Russia meridionale.
Secondo l’amministrazione ucraina, l’intensificazione dei colpi a lungo raggio – che nel 2025 ha già superato i tremila droni lanciati, contro i 110 del 2024 – risponde a una strategia deliberata volta a erodere la capacità di Mosca di finanziare e sostenere lo sforzo bellico. Fonti dell’intelligence di Kiev descrivono l’operazione come parte di una “campagna d’influenza di quaranta giorni” destinata a costringere la Russia a porre fine al conflitto. Analisti occidentali osservano che il logoramento delle difese aeree russe, unito all’aumento della produzione ucraina di droni, sta consentendo a Kiev di colpire in profondità con crescente efficacia, rallentando le linee di rifornimento militari e generando carenze di carburante che si ripercuotono direttamente sul fronte orientale.
Parallelamente all’escalation aerea, le due parti hanno effettuato uno scambio di prigionieri che ha riportato a casa 160 militari per parte, in base a un accordo siglato a maggio che prevede la liberazione graduale di mille detenuti da ciascun fronte. Sul piano diplomatico, il presidente Zelensky ha accusato Mosca di esercitare pressioni su Minsk affinché apra un nuovo fronte a partire dal territorio bielorusso, denunciando la costruzione di infrastrutture militari vicino al confine. L’ipotesi di un allargamento del conflitto alla Bielorussia è seguita con attenzione dalle capitali europee, che vedrebbero in un simile sviluppo un fattore di instabilità diretta per il fianco orientale della NATO.
Per l’Italia e l’Europa, la nuova fase di attacchi in profondità conferma la natura prolungata e tecnologicamente evolutiva della guerra, con ricadute potenziali sulla sicurezza energetica continentale e sui mercati dei combustibili, già sollecitati dalle ripetute interruzioni delle raffinerie russe. Bruxelles monitora con preoccupazione la tenuta delle infrastrutture critiche in un contesto in cui la capacità ucraina di proiettare forza oltre le linee del fronte modifica gli equilibri operativi, senza tuttavia far emergere al momento prospettive di negoziato. La prossima riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Unione è attesa per un aggiornamento sulla situazione, mentre sul terreno le operazioni con droni proseguono senza sosta.
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L'Ucraina ha sferrato uno dei più massicci attacchi con droni contro la Russia e la Crimea occupata, costringendo Mosca a dichiarare lo stato d'emergenza. Le incursioni mirano a logorare le infrastrutture energetiche e la logistica militare russa, nel tentativo di accelerare la fine del conflitto e riprendere il controllo della penisola.
La Russia afferma di aver abbattuto 660 droni ucraini in una notte, mentre la campagna di Kiev mette a dura prova le difese aeree e le infrastrutture energetiche russe. La situazione alimenta timori per la sicurezza e carenze di carburante, e cresce la preoccupazione che Mosca possa trascinare la Bielorussia nel conflitto.
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