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La morte dello “Spider-Man” yemenita e la strage silenziosa sulle Alpi: il rischio estremo nell’era del video virale

Al-Qaqa Ibn Antar, acrobata senza protezioni, precipita in un cratere vulcanico mentre in Europa dieci alpinisti perdono la vita in tre giorni, riaccendendo il dibattito sulla sicurezza in montagna.

È morto inseguendo l’adrenalina e la fama digitale, in un volo di centoventi metri dentro il cratere spento di Hardah Dam, nel sud dello Yemen. Al-Qaqa Ibn Antar, trent’anni, conosciuto sui social come lo “Spider-Man yemenita”, si arrampicava a mani nude su pareti rocciose quasi verticali, senza corde né imbracature, documentando ogni acrobazia per una platea di follower affamati di rischio. Venerdì scorso, durante l’ennesima scalata nel cratere vulcanico – uno dei monumenti naturali più iconici del paese – la presa ha ceduto. Un video di pochi secondi, rimbalzato su tutte le piattaforme, mostra la mano destra che scivola dalla roccia e il corpo che scompare nel vuoto. Le autorità yemenite hanno elogiato gli sforzi eroici dei soccorritori, ma per Antar non c’era più nulla da fare. La sua morte ha diviso il mondo arabo: accanto alle condoglianze, non sono mancate voci critiche verso un’incoscienza che, in un paese già segnato dalla guerra, appariva a molti come un lusso pericoloso.

Quello stesso fine settimana, sulle Alpi, si consumava una tragedia meno spettacolare ma altrettanto cruenta. Tra il 12 e il 14 giugno, dieci alpinisti hanno perso la vita su alcune delle montagne più iconiche d’Europa. Tre italiani sono precipitati dal versante nord del Gran Paradiso, a oltre quattromila metri; tre francesi sono morti sul massiccio del Monte Bianco, due dei quali sul Mon Maudit; un alpinista francese è stato ritrovato senza vita sul Cervino, in territorio svizzero; e un giovane tedesco di ventidue anni è caduto per centotrenta metri durante la discesa dallo Schöttelturm, nel Karwendel, dopo che un appiglio roccioso si è staccato sotto il suo peso. Il compagno di cordata, che aveva appena rinunciato alla sosta di sicurezza, ha assistito impotente alla caduta. In tutti i casi, le vittime erano escursionisti esperti, ma la montagna non ha concesso seconde possibilità.

A migliaia di chilometri di distanza, in Australia, un’altra caduta ha avuto un esito opposto. Un ufficiale dell’Alabama, Antonio Fanning, è sopravvissuto a un volo di otto metri in un canyon della regione di Joffre, riportando la frattura di una vertebra e di un polso. Soccorso da quattro viaggiatori che hanno assistito all’incidente, è rimasto incosciente in acqua prima di essere stabilizzato in un intervento durato cinque ore. La sua storia, resa nota solo un anno dopo, ricorda quanto il confine tra la vita e la morte in ambiente estremo dipenda spesso da pochi centimetri e dalla rapidità dei soccorsi – un fattore che nel cratere yemenita e sulle pareti alpine era irrimediabilmente assente.

La coincidenza temporale di questi eventi riapre una riflessione che tocca tanto l’Europa quanto il Medio Oriente. Sulle Alpi, l’aumento costante di frequentatori – molti dei quali spinti da un turismo dell’avventura poco preparato – sta spingendo le autorità italiane, francesi e svizzere a rafforzare le campagne di prevenzione. Secondo gli analisti della sicurezza alpina con base a Bruxelles, il cambiamento climatico sta inoltre rendendo le pareti rocciose più instabili, aumentando il rischio di distacchi improvvisi. In Yemen, la figura di Antar solleva interrogativi diversi ma convergenti: in un contesto di conflitto e povertà, la ricerca di visibilità attraverso imprese estreme diventa una via di fuga pericolosa, amplificata da piattaforme che premiano il sensazionalismo. La morte dello “Spider-Man” non fermerà probabilmente l’emulazione, ma potrebbe almeno spingere le comunità locali e le piattaforme stesse a interrogarsi sul prezzo della celebrità senza rete.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa russa e CSIStampa atlantica / anglosfera
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AllarmeUrgenzaPragmatismo

In soli tre giorni, dieci alpinisti hanno perso la vita sulle Alpi, dal Monte Bianco al massiccio del Karwendel. Un giovane scalatore tedesco è precipitato per 130 metri dopo essersi sganciato dalla corda di sicurezza, mentre altri sono morti su vette iconiche. La montagna sta mietendo vittime in una strage silenziosa, sollevando interrogativi urgenti sulla percezione del rischio nell'era degli sport estremi.

Stampa atlantica / anglosfera/ Sicurezza
ScetticismoPaternalismoDistacco

Un free-climber yemenita di 30 anni, soprannominato 'Spider-Man' per le sue acrobazie senza corde, è morto cadendo in un cratere vulcanico mentre filmava una acrobazia. La sua morte, ripresa in video e ampiamente condivisa, mette in luce il pericoloso intreccio tra fama sui social media e assunzione di rischi estremi. L'incidente è un triste monito sulle conseguenze di esibirsi per il pubblico online senza misure di sicurezza.

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lunedì 15 giugno 2026

La morte dello “Spider-Man” yemenita e la strage silenziosa sulle Alpi: il rischio estremo nell’era del video virale

Al-Qaqa Ibn Antar, acrobata senza protezioni, precipita in un cratere vulcanico mentre in Europa dieci alpinisti perdono la vita in tre giorni, riaccendendo il dibattito sulla sicurezza in montagna.

È morto inseguendo l’adrenalina e la fama digitale, in un volo di centoventi metri dentro il cratere spento di Hardah Dam, nel sud dello Yemen. Al-Qaqa Ibn Antar, trent’anni, conosciuto sui social come lo “Spider-Man yemenita”, si arrampicava a mani nude su pareti rocciose quasi verticali, senza corde né imbracature, documentando ogni acrobazia per una platea di follower affamati di rischio. Venerdì scorso, durante l’ennesima scalata nel cratere vulcanico – uno dei monumenti naturali più iconici del paese – la presa ha ceduto. Un video di pochi secondi, rimbalzato su tutte le piattaforme, mostra la mano destra che scivola dalla roccia e il corpo che scompare nel vuoto. Le autorità yemenite hanno elogiato gli sforzi eroici dei soccorritori, ma per Antar non c’era più nulla da fare. La sua morte ha diviso il mondo arabo: accanto alle condoglianze, non sono mancate voci critiche verso un’incoscienza che, in un paese già segnato dalla guerra, appariva a molti come un lusso pericoloso.

Quello stesso fine settimana, sulle Alpi, si consumava una tragedia meno spettacolare ma altrettanto cruenta. Tra il 12 e il 14 giugno, dieci alpinisti hanno perso la vita su alcune delle montagne più iconiche d’Europa. Tre italiani sono precipitati dal versante nord del Gran Paradiso, a oltre quattromila metri; tre francesi sono morti sul massiccio del Monte Bianco, due dei quali sul Mon Maudit; un alpinista francese è stato ritrovato senza vita sul Cervino, in territorio svizzero; e un giovane tedesco di ventidue anni è caduto per centotrenta metri durante la discesa dallo Schöttelturm, nel Karwendel, dopo che un appiglio roccioso si è staccato sotto il suo peso. Il compagno di cordata, che aveva appena rinunciato alla sosta di sicurezza, ha assistito impotente alla caduta. In tutti i casi, le vittime erano escursionisti esperti, ma la montagna non ha concesso seconde possibilità.

A migliaia di chilometri di distanza, in Australia, un’altra caduta ha avuto un esito opposto. Un ufficiale dell’Alabama, Antonio Fanning, è sopravvissuto a un volo di otto metri in un canyon della regione di Joffre, riportando la frattura di una vertebra e di un polso. Soccorso da quattro viaggiatori che hanno assistito all’incidente, è rimasto incosciente in acqua prima di essere stabilizzato in un intervento durato cinque ore. La sua storia, resa nota solo un anno dopo, ricorda quanto il confine tra la vita e la morte in ambiente estremo dipenda spesso da pochi centimetri e dalla rapidità dei soccorsi – un fattore che nel cratere yemenita e sulle pareti alpine era irrimediabilmente assente.

La coincidenza temporale di questi eventi riapre una riflessione che tocca tanto l’Europa quanto il Medio Oriente. Sulle Alpi, l’aumento costante di frequentatori – molti dei quali spinti da un turismo dell’avventura poco preparato – sta spingendo le autorità italiane, francesi e svizzere a rafforzare le campagne di prevenzione. Secondo gli analisti della sicurezza alpina con base a Bruxelles, il cambiamento climatico sta inoltre rendendo le pareti rocciose più instabili, aumentando il rischio di distacchi improvvisi. In Yemen, la figura di Antar solleva interrogativi diversi ma convergenti: in un contesto di conflitto e povertà, la ricerca di visibilità attraverso imprese estreme diventa una via di fuga pericolosa, amplificata da piattaforme che premiano il sensazionalismo. La morte dello “Spider-Man” non fermerà probabilmente l’emulazione, ma potrebbe almeno spingere le comunità locali e le piattaforme stesse a interrogarsi sul prezzo della celebrità senza rete.

Divergenza delle fonti

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Come si dividono

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Come la stessa storia è raccontata altrove.

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In soli tre giorni, dieci alpinisti hanno perso la vita sulle Alpi, dal Monte Bianco al massiccio del Karwendel. Un giovane scalatore tedesco è precipitato per 130 metri dopo essersi sganciato dalla corda di sicurezza, mentre altri sono morti su vette iconiche. La montagna sta mietendo vittime in una strage silenziosa, sollevando interrogativi urgenti sulla percezione del rischio nell'era degli sport estremi.

Stampa atlantica / anglosfera/ Sicurezza
ScetticismoPaternalismoDistacco

Un free-climber yemenita di 30 anni, soprannominato 'Spider-Man' per le sue acrobazie senza corde, è morto cadendo in un cratere vulcanico mentre filmava una acrobazia. La sua morte, ripresa in video e ampiamente condivisa, mette in luce il pericoloso intreccio tra fama sui social media e assunzione di rischi estremi. L'incidente è un triste monito sulle conseguenze di esibirsi per il pubblico online senza misure di sicurezza.

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