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Geopolitica e Politicasabato 18 luglio 2026

La Corte penale internazionale sotto assedio, tra l’offensiva di Washington e il voto sul procuratore

L’amministrazione Trump spinge gli alleati a smantellare la CPI, mentre il 24 luglio gli Stati parte decideranno sulla destituzione del procuratore Karim Khan, accusato di molestie.

La Corte penale internazionale affronta la crisi più grave dal 2002, stretta tra la campagna aperta dell’amministrazione Trump per smantellarla e una frattura interna che il 24 luglio potrebbe portare alla destituzione del procuratore capo Karim Khan. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato formalmente gli Stati membri a ritirarsi dall’istituzione, annunciando sanzioni contro giudici e procuratori, revoca dei visti e una sorveglianza rafforzata sui Paesi che non si adegueranno. In parallelo, l’Assemblea degli Stati parte è chiamata a votare sulla rimozione di Khan, oggetto da quasi due anni di un’inchiesta per molestie sessuali nei confronti di una collaboratrice: un procedimento disciplinare senza precedenti, nel quale la Svizzera – membro dell’ufficio di presidenza della Corte – ha un ruolo di primo piano.

Da Washington, la linea è che la CPI rappresenti una minaccia alla sovranità nazionale, capace di colpire cittadini americani – dalle guardie di frontiera ai militari – attraverso «statuti, trattati e la forza del cosiddetto diritto internazionale», come ha dichiarato Rubio. L’amministrazione repubblicana riprende un’ostilità già manifestata nel 2018, quando contestò un’indagine preliminare su presunte torture commesse da soldati statunitensi in Afghanistan. Oggi, secondo fonti diplomatiche americane, l’obiettivo è usare «tutti gli strumenti a disposizione» per disarticolare la Corte, giudicata un ostacolo alla libertà d’azione militare. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, e oltre cento Paesi hanno accordi bilaterali con Washington per non consegnare cittadini americani all’Aia.

Sul fronte opposto, la presidente della CPI Tomoko Akane ha ribadito che «i tribunali internazionali devono restare indipendenti e liberi da influenze e coercizioni politiche», denunciando una pressione crescente sul diritto internazionale. Da Bruxelles, tuttavia, analisti e movimenti paneuropei come Eumans segnalano che l’Unione europea non ha saputo opporre una difesa adeguata, mentre Stati membri – tra cui l’Italia – non hanno dato esecuzione ai mandati di arresto già emessi, indebolendo di fatto la Corte. Da Giacarta, organizzazioni della società civile come l’Aqsa Working Group accusano Washington di voler proteggere Israele dalla responsabilità per i crimini di guerra e contro l’umanità contestati a Gaza, dopo i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. In questo quadro, fonti vicine al Bureau della CPI fanno notare che il procedimento contro Khan è stato risucchiato dal contesto internazionale: Israele ha più volte sostenuto che i mandati d’arresto fossero una manovra diversiva per distogliere l’attenzione dalle accuse contro il procuratore.

La convergenza tra l’offensiva esterna e la crisi interna rischia di minare la credibilità di un’istituzione che, priva di una forza di polizia propria, dipende interamente dalla cooperazione degli Stati per eseguire gli arresti. Secondo giuristi internazionali, la campagna americana non ha l’autorità legale per sciogliere la Corte, ma la pressione politica e finanziaria può indurre diversi membri a disimpegnarsi, svuotandola di efficacia. Il voto del 24 luglio sulla destituzione di Khan rappresenta un passaggio immediato: qualunque sia l’esito, la percezione di una giustizia internazionale frammentata e vulnerabile a interferenze esterne ne uscirà rafforzata, proprio mentre restano inevasi i mandati per i vertici israeliani e si allarga il solco tra l’Aia e le capitali che rifiutano la sua giurisdizione.

Divergenza — chi la racconta come
12%Bassa
3 blocchi · posizioni da −0.60 a −0.30
CriticoFavorevole
SEAEURLAT
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa sud-est asiatica−0.60critical
Stampa europea continentale−0.30critical
Stampa latinoamericana−0.50critical
Le testate statunitensi, israeliane e della Corte penale internazionale non sono rappresentate in questo cluster.
Stampa sud-est asiatica−0.60
Voce

Il Sud-est asiatico accusa Washington di proteggere i perpetratori di genocidio a Gaza, difendendo la Corte penale internazionale come baluardo contro l'impunità.

Meccanismodenuncia di complicità

La narrazione utilizza il termine 'genocidio' per moralizzare la posizione statunitense, rendendo l'attacco alla Corte una complicità in crimini atroci.

Omissione

Il blocco omette le crisi interne della Corte, come le accuse di molestie contro il procuratore Khan, e la mancata esecuzione degli ordini da parte di alcuni Stati, inclusa l'Italia.

IndignazioneAllarmeUrgenza
Stampa europea continentale−0.30
Voce

L'Europa continentale mette in guardia contro le pressioni statunitensi e le fragilità interne della Corte, chiedendo una difesa dell'indipendenza giudiziaria ma riconoscendo le crepe nell'istituzione.

Meccanismodoppia critica

Il discorso alterna la denuncia dell'attacco esterno con l'analisi delle crisi interne, creando un equilibrio critico che legittima la preoccupazione senza cadere nella difesa acritica.

Omissione

Il blocco europeo omette la denuncia specifica delle organizzazioni del Sud-est asiatico che accusano gli USA di proteggere i perpetratori di genocidio.

AllarmeScetticismoIndignazioneVoci divise
Stampa latinoamericana−0.50
Voce

L'America Latina denuncia la campagna di Marco Rubio per smantellare la Corte, interpretandola come un attacco alla sovranità giuridica internazionale.

Meccanismoallarme sovranità

La narrazione si basa sulla citazione diretta delle parole del Segretario di Stato per evidenziare la minaccia, senza approfondire le ragioni statunitensi, creando un effetto di allarme immediato.

Omissione

Il blocco omette i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant e le crisi interne della Corte, concentrandosi esclusivamente sulla campagna statunitense.

AllarmeIndignazione

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sabato 18 luglio 2026

La Corte penale internazionale sotto assedio, tra l’offensiva di Washington e il voto sul procuratore

L’amministrazione Trump spinge gli alleati a smantellare la CPI, mentre il 24 luglio gli Stati parte decideranno sulla destituzione del procuratore Karim Khan, accusato di molestie.

La Corte penale internazionale affronta la crisi più grave dal 2002, stretta tra la campagna aperta dell’amministrazione Trump per smantellarla e una frattura interna che il 24 luglio potrebbe portare alla destituzione del procuratore capo Karim Khan. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato formalmente gli Stati membri a ritirarsi dall’istituzione, annunciando sanzioni contro giudici e procuratori, revoca dei visti e una sorveglianza rafforzata sui Paesi che non si adegueranno. In parallelo, l’Assemblea degli Stati parte è chiamata a votare sulla rimozione di Khan, oggetto da quasi due anni di un’inchiesta per molestie sessuali nei confronti di una collaboratrice: un procedimento disciplinare senza precedenti, nel quale la Svizzera – membro dell’ufficio di presidenza della Corte – ha un ruolo di primo piano.

Da Washington, la linea è che la CPI rappresenti una minaccia alla sovranità nazionale, capace di colpire cittadini americani – dalle guardie di frontiera ai militari – attraverso «statuti, trattati e la forza del cosiddetto diritto internazionale», come ha dichiarato Rubio. L’amministrazione repubblicana riprende un’ostilità già manifestata nel 2018, quando contestò un’indagine preliminare su presunte torture commesse da soldati statunitensi in Afghanistan. Oggi, secondo fonti diplomatiche americane, l’obiettivo è usare «tutti gli strumenti a disposizione» per disarticolare la Corte, giudicata un ostacolo alla libertà d’azione militare. Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, e oltre cento Paesi hanno accordi bilaterali con Washington per non consegnare cittadini americani all’Aia.

Sul fronte opposto, la presidente della CPI Tomoko Akane ha ribadito che «i tribunali internazionali devono restare indipendenti e liberi da influenze e coercizioni politiche», denunciando una pressione crescente sul diritto internazionale. Da Bruxelles, tuttavia, analisti e movimenti paneuropei come Eumans segnalano che l’Unione europea non ha saputo opporre una difesa adeguata, mentre Stati membri – tra cui l’Italia – non hanno dato esecuzione ai mandati di arresto già emessi, indebolendo di fatto la Corte. Da Giacarta, organizzazioni della società civile come l’Aqsa Working Group accusano Washington di voler proteggere Israele dalla responsabilità per i crimini di guerra e contro l’umanità contestati a Gaza, dopo i mandati d’arresto spiccati contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. In questo quadro, fonti vicine al Bureau della CPI fanno notare che il procedimento contro Khan è stato risucchiato dal contesto internazionale: Israele ha più volte sostenuto che i mandati d’arresto fossero una manovra diversiva per distogliere l’attenzione dalle accuse contro il procuratore.

La convergenza tra l’offensiva esterna e la crisi interna rischia di minare la credibilità di un’istituzione che, priva di una forza di polizia propria, dipende interamente dalla cooperazione degli Stati per eseguire gli arresti. Secondo giuristi internazionali, la campagna americana non ha l’autorità legale per sciogliere la Corte, ma la pressione politica e finanziaria può indurre diversi membri a disimpegnarsi, svuotandola di efficacia. Il voto del 24 luglio sulla destituzione di Khan rappresenta un passaggio immediato: qualunque sia l’esito, la percezione di una giustizia internazionale frammentata e vulnerabile a interferenze esterne ne uscirà rafforzata, proprio mentre restano inevasi i mandati per i vertici israeliani e si allarga il solco tra l’Aia e le capitali che rifiutano la sua giurisdizione.

Divergenza — chi la racconta come
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CriticoFavorevole
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Divergenza tra blocchi di stampa
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Le testate statunitensi, israeliane e della Corte penale internazionale non sono rappresentate in questo cluster.
Stampa sud-est asiatica−0.60
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Il Sud-est asiatico accusa Washington di proteggere i perpetratori di genocidio a Gaza, difendendo la Corte penale internazionale come baluardo contro l'impunità.

Meccanismodenuncia di complicità

La narrazione utilizza il termine 'genocidio' per moralizzare la posizione statunitense, rendendo l'attacco alla Corte una complicità in crimini atroci.

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Il blocco omette le crisi interne della Corte, come le accuse di molestie contro il procuratore Khan, e la mancata esecuzione degli ordini da parte di alcuni Stati, inclusa l'Italia.

IndignazioneAllarmeUrgenza
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L'Europa continentale mette in guardia contro le pressioni statunitensi e le fragilità interne della Corte, chiedendo una difesa dell'indipendenza giudiziaria ma riconoscendo le crepe nell'istituzione.

Meccanismodoppia critica

Il discorso alterna la denuncia dell'attacco esterno con l'analisi delle crisi interne, creando un equilibrio critico che legittima la preoccupazione senza cadere nella difesa acritica.

Omissione

Il blocco europeo omette la denuncia specifica delle organizzazioni del Sud-est asiatico che accusano gli USA di proteggere i perpetratori di genocidio.

AllarmeScetticismoIndignazioneVoci divise
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L'America Latina denuncia la campagna di Marco Rubio per smantellare la Corte, interpretandola come un attacco alla sovranità giuridica internazionale.

Meccanismoallarme sovranità

La narrazione si basa sulla citazione diretta delle parole del Segretario di Stato per evidenziare la minaccia, senza approfondire le ragioni statunitensi, creando un effetto di allarme immediato.

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Il blocco omette i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant e le crisi interne della Corte, concentrandosi esclusivamente sulla campagna statunitense.

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