
La Coppa del Mondo: 6,175 kg di oro, regole ferree e un destino effimero per i campioni
Dopo la finale tra Argentina e Spagna, il capitano alzerà il trofeo originale per pochi minuti: la FIFA lo custodisce gelosamente, mentre ai vincitori spetta una replica. Storia, materiali e simbolismo della coppa più ambita.
La notte del MetLife Stadium, quando l’arbitro fischierà la fine, il mondo avrà occhi solo per quel bagliore d’oro che sale verso il cielo del New Jersey. Il capitano dell’Argentina o della Spagna solleverà la Coppa del Mondo, il trofeo più iconico dello sport, ma quella gloria sarà effimera: l’originale, in oro 18 carati, rimarrà tra le sue mani per non più di qualche minuto. Poi, come impone il regolamento FIFA, verrà ritirato e sostituito da una replica bronzea placcata d’oro, l’unica che la nazionale vincitrice potrà conservare per sempre.
L’opera, alta 36,8 centimetri e pesante 6,175 chilogrammi, fu disegnata dallo scultore italiano Silvio Gazzaniga, che nel 1971 vinse un concorso con 53 proposte da sette paesi. Realizzata dalla ditta milanese GDE Bertoni, rappresenta due atleti che abbracciano il globo, in un’ascesa spiraliforme che per Gazzaniga esprimeva “il momento emozionante della vittoria”. La base verde è in malaquita, pietra semipreziosa scelta per contrasto. Sebbene paia massiccia, la coppa è cava: se fosse d’oro pieno peserebbe oltre 70 chili, impossibile da sollevare. Il valore venale del metallo si aggira tra 250.000 e 400.000 dollari, ma per gli esperti il simbolo è inestimabile, legato a una storia che ha visto solo sei nazioni iscrivere il proprio nome sulla base dall’esordio del 1974.
La decisione di non cedere più il trofeo originale ai vincitori maturò dopo la scomparsa della Coppa Jules Rimet. Quella statuetta d’argento dorato, assegnata in modo permanente al Brasile tricampione nel 1970, fu rubata a Rio de Janeiro nel 1983 e mai più ritrovata. La FIFA, per proteggere il nuovo gioiello, stabilì che l’originale sarebbe rimasto di sua proprietà, custodito nel Museo mondiale del calcio di Zurigo, da dove esce solo per il sorteggio, la partita inaugurale e la finale. E solo chi ha già vinto il torneo o i capi di Stato in carica possono toccarlo senza guanti: una regola che spinse Gianni Infantino a scusarsi pubblicamente con Lionel Scaloni, costretto per errore a indossare guanti bianchi durante la cerimonia di sorteggio del 2026.
L’Italia, patria del creatore e del costruttore, vanta due vittorie in epoca moderna, nel 1982 e nel 2006, e resta tra le élite che hanno assaporato il peso dell’originale. Per il calcio europeo, minacciato dalla crescente globalizzazione, questo trofeo rappresenta un ancoraggio identitario: secondo gli storici del calcio, la coppa di Gazzaniga non è solo un manufatto, ma un testo su cui si è scritta la geografia del potere calcistico mondiale. L’ultima parola, al termine di Argentina-Spagna, arricchirà un’altra pagina, poi il trofeo tornerà nella teca di Zurigo, in attesa della prossima assegnazione nel 2030.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
Il trofeo è un manufatto prezioso di cui si svelano caratteristiche tecniche.
Focalizzandosi su peso, materiali e valore, si riduce la dimensione simbolica a meri dati oggettivi, evitando ogni critica al controllo FIFA.
Non si menziona il costo della replica né la disparità tra il valore del trofeo originale e quello della copia.
La cerimonia è il momento clou, con figure di potere che consegnano il premio.
Inserendo Trump e Infantino, si personalizza l'evento e si sposta l'attenzione dal trofeo stesso alle personalità, rendendo la storia più mondana.
Non si discute il motivo per cui la FIFA mantiene l'originale né le implicazioni per i tifosi.
Il trofeo ha una storia artigianale e una tradizione che lo rendono unico.
Inquadrando la domanda in una prospettiva storica (chi lo fabbrica, da quanto tempo), si normalizza la regola della replica come parte della tradizione.
Non si affronta il tema della proprietà FIFA come restrizione, ma si presenta come consuetudine indiscussa.
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