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Geopoliticalunedì 15 giugno 2026

L’oro vola oltre il 2% sull’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran

L’annuncio di un’intesa per fermare la guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz spinge il metallo prezioso ai massimi di giugno, mentre crollano petrolio e dollaro.

Lunedì mattina i mercati delle materie prime hanno registrato un violento scossone: il prezzo dell’oro è balzato di oltre il 2%, riportandosi ai livelli più alti dal 9 giugno, dopo che Washington e Teheran hanno annunciato a sorpresa un accordo quadro per porre fine al conflitto armato. Secondo quanto confermato da fonti statunitensi e iraniane, l’intesa prevede la cessazione delle ostilità, la revoca del blocco imposto dagli Stati Uniti all’Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz, arteria cruciale per il traffico petrolifero mondiale. L’annuncio, anticipato dal primo ministro pachistano Shehbaz Sharif in un post su X, ha già fissato per venerdì prossimo la firma ufficiale in Svizzera, segno che la mediazione di Islamabad ha giocato un ruolo determinante.

La guerra, scoppiata alla fine di febbraio con l’intervento armato americano e israeliano, aveva di fatto sigillato lo stretto, facendo schizzare le quotazioni del greggio e alimentando timori inflazionistici globali. In quel clima, l’oro – tradizionale bene rifugio – era stato paradossalmente penalizzato, perdendo fino al 20% del proprio valore perché le attese di rialzi aggressivi dei tassi d’interesse ne avevano eroso l’attrattiva. Ora, con il quadro geopolitico che si distende, la dinamica si è rovesciata: il petrolio è scivolato di oltre quattro punti percentuali e il dollaro ha toccato un minimo da dieci giorni, rendendo l’oro più conveniente per chi detiene altre valute e riaccendendo l’interesse degli investitori.

Dagli ambienti finanziari europei e italiani si guarda con cauta soddisfazione a questa svolta. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del consumo mondiale di petrolio, rappresenta un nodo essenziale per la sicurezza energetica del continente. La prospettiva di un suo pieno funzionamento allenta la pressione sui prezzi dei carburanti e dell’industria, attenuando quei rischi di inflazione importata che avevano spinto la Banca Centrale Europea a mantenere un atteggiamento restrittivo. Per l’Italia, importatore netto di energia, il calo del petrolio potrebbe tradursi in un parziale sollievo sui costi di produzione e sui bilanci delle famiglie, anche se gli analisti di Bruxelles invitano a non abbassare la guardia: l’accordo è ancora in forma preliminare e la firma di venerdì sarà il vero banco di prova.

Da Teheran i media statali enfatizzano la fine dell’assedio economico, mentre le testate arabe del Golfo interpretano l’intesa come un passo verso la stabilizzazione regionale, pur con comprensibili riserve sulla sua tenuta. A Wall Street e nelle piazze asiatiche, intanto, l’oro spot si aggirava attorno ai 4.300 dollari l’oncia nelle prime ore di contrattazione, con i futures con consegna ad agosto saliti fino a 4.344 dollari. La combinazione di un dollaro debole, tassi reali in discesa e minori tensioni belliche disegna uno scenario favorevole al metallo giallo, che potrebbe mettere a segno la sua terza seduta consecutiva di rialzi e riguadagnare terreno dopo mesi di appannamento. Molto dipenderà da come la firma di venerdì verrà recepita dalle cancellerie internazionali e da quanto solida si rivelerà l’architettura del cessate il fuoco.

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Uno storico accordo di pace tra Iran e Stati Uniti ha sconvolto i mercati, facendo impennare l'oro e crollare i prezzi del petrolio. L'intesa pone fine alla guerra, rimuove il crudele blocco e riapre lo Stretto di Hormuz, dimostrando che la resistenza irremovibile può ottenere una pace giusta. La vittoria di Teheran inaugura una nuova fase di stabilità regionale e cooperazione internazionale.

Stampa del Golfo arabo
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L'oro è balzato di oltre il 2% mentre gli investitori accoglievano con favore un accordo di pace preliminare tra Stati Uniti e Iran, che allenta le tensioni militari e sicura le rotte marittime vitali. L'accordo calma i timori d'inflazione e riduce i costi del greggio, ma le capitali del Golfo restano caute, dubitando della durabilità degli impegni iraniani. La regione spera in una calma stabile, pur osservando con prudenza i guadagni diplomatici di Teheran.

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