
L’ombra del Qatar e la nuova Francia: Mbappé, Dembélé e l’incognita Olise
Il capitano dei Bleus confessa il trauma della finale persa contro l’Argentina, mentre compagni e osservatori internazionali ridisegnano gli equilibri della squadra in vista del Mondiale 2026.
A quattro anni dalla notte di Lusail, Kylian Mbappé rompe il silenzio e ammette pubblicamente ciò che molti sospettavano: la finale del Mondiale 2022 persa contro l’Argentina è una ferita ancora aperta. «Quella partita mi torna in mente più di quella vinta nel 2018», ha confessato il fuoriclasse del Real Madrid in un’intervista a Le Parisien, condotta in modo inedito dai suoi stessi compagni di nazionale. «Perdere ai rigori è la forma più crudele. Non credevo alla sorte, ma dopo aver segnato tre gol e aver visto tutto sfumare così, ero talmente stordito che non riuscivo nemmeno a piangere». Le parole, riprese con enfasi dai media sudamericani, rivelano un peso psicologico che trascende la rivalità sportiva e interroga la cultura della pressione mediatica sugli atleti d’élite.
Proprio su questo tasto batte Ousmane Dembélé, compagno di squadra e di nazionale, che dalle colonne della stampa spagnola ha lanciato una difesa appassionata del capitano. Secondo l’ala del Paris Saint-Germain, fresco di Pallone d’Oro 2025, le critiche rivolte a Mbappé in Spagna e in Francia hanno «superato ogni limite», trasformando ogni gesto del giocatore – «come si allaccia le scarpe o si tira su i calzettoni» – in un caso mediatico. Dembélé, che incarna la nuova centralità tecnica della Francia, invita a restituire umanità al numero 10, ricordando che dietro l’icona globale c’è un ragazzo di 27 anni ancora scottato dalla sconfitta più beffarda della sua carriera.
La prospettiva africana, espressa da analisti ghanesi, allarga il discorso alla tenuta mentale dell’intera squadra. Il Mondiale 2026 si apre per i Bleus con una pressione moltiplicata: non solo il riscatto dopo Qatar, ma anche la necessità di dimostrare che la generazione post‑2018 può reggere il peso di un torneo senza le figure carismatiche di Pogba, Kanté o Lloris, tutti assenti. Dembélé, da Pallone d’Oro in carica, è indicato come il leader tecnico su cui Didier Deschamps intende costruire una maggiore libertà tattica, affiancandolo a Mbappé e al giovane Michael Olise in un tridente potenzialmente letale. Tuttavia, il rendimento del fuoriclasse del PSG in nazionale resta finora discreto, un divario che alimenta il dibattito sulla capacità della Francia di tradurre il talento dei club in un collettivo armonico.
Dall’Asia arriva una voce controcorrente. Un attaccante indonesiano, Herman Dzumafo, ha puntato i riflettori proprio su Michael Olise, esterno offensivo di origini nigeriane e algerine, definendolo il vero «fattore differenziante» per la Francia al Mondiale. In un’intervista concessa durante la preparazione con il suo club di terza divisione, Dzumafo ha avvertito: «Mbappé sarà marcato a uomo da tutti, non potrà decidere da solo. Olise ha la creatività e l’imprevedibilità per spaccare le partite». L’opinione, per quanto periferica, intercetta un sentire diffuso tra gli addetti ai lavori europei: la Francia non può permettersi di essere una squadra «monotematica», pena la vulnerabilità contro difese organizzate.
In questo crocevia di aspettative e timori, la nazionale di Deschamps si appresta a un banco di prova che è insieme tecnico e psicologico. L’elaborazione del trauma di Qatar passa anche attraverso una rifondazione degli equilibri interni, dove la leadership carismatica di Mbappé deve convivere con la maturità di Dembélé e l’esplosività di Olise. L’Europa calcistica osserva con attenzione: il Real Madrid, club di Mbappé, ha già vissuto una stagione senza trofei, e un Mondiale deludente potrebbe avere ripercussioni profonde sul mercato e sulla percezione del valore dei top player francesi. Per l’Italia, spettatrice non qualificata, la vicenda offre una lezione sulla gestione della pressione post‑traumatica nello sport di vertice, tema che trascende i confini e chiama in causa il rapporto tra aspettative pubbliche e fragilità umana.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa africana francofona difende Mbappé dalle critiche eccessive, descrivendolo come un giocatore straordinario e una brava persona fuori dal campo. L'accento cade sulla solidarietà interna alla squadra e sulla necessità di proteggere il capitano da attacchi ritenuti ingiusti, più che sulla sconfitta in sé.
I media latinoamericani, in particolare argentini, indugiano sul trauma psicologico di Mbappé, descrivendo la sconfitta ai rigori come la più crudele possibile. Pur riconoscendo il desiderio francese di rivincita nel 2026, il racconto lascia trasparire un sottile compiacimento per il trionfo albiceleste e per il tormento del rivale.
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