
Iran al Mondiale, tra guerra e pace: il calcio in trincea a Los Angeles
L’arrivo della nazionale iraniana negli Usa, in coincidenza con l’annuncio di un accordo di pace, accende i riflettori su una partita segnata da proteste e sicurezza eccezionale.
Quando l’Airbus della nazionale iraniana è atterrato domenica pomeriggio all’aeroporto di Los Angeles, dopo un breve volo da Tijuana, la notizia che filtrava sugli smartphone dei giocatori era di quelle che cambiano il corso della storia, prima ancora di un torneo. I negoziatori statunitensi e iraniani avevano finalmente raggiunto, con la mediazione pachistana, un’intesa per mettere fine alla guerra cominciata a fine febbraio con i bombardamenti congiunti di Washington e Tel Aviv sull’Iran. Mai un’edizione della Coppa del Mondo aveva ospitato una squadra in conflitto armato aperto con il Paese organizzatore: il debutto di lunedì sera contro la Nuova Zelanda, al SoFi Stadium di Inglewood, si carica così di una densità geopolitica che trascende il rettangolo verde.
L’accoglienza riservata ai giocatori è stata tutt’altro che quella di una normale delegazione sportiva. Come hanno documentato i media iraniani ed europei, la polizia di Los Angeles ha blindato il Manhattan Beach hotel della squadra con barriere tattiche, filo spinato e posti di blocco che hanno isolato interi marciapiedi – misure normalmente riservate a zone sensibili. Già nelle settimane precedenti Washington aveva negato il visto a quindici membri della delegazione, costringendo la federazione a spostare all’ultimo momento il ritiro dall’Arizona a Tijuana, in Messico. Il team è stato obbligato a non pernottare su suolo americano dopo le partite e a viaggiare avanti e indietro attraverso la frontiera per ogni match del girone, un’eccezione logistica che ha fatto infuriare Teheran e irritato la FIFA, accusata dal capitano Mehdi Taremi di aver permesso che “la tensione rovinasse la gioia del Mondiale”.
Sul piano delle reazioni popolari, la ferita è ancora più lacerante. La comunità iraniano-americana, la più numerosa fuori dall’Iran e concentrata proprio nella “Tehrangeles” a pochi chilometri dallo stadio, si è spaccata. Da un lato gruppi di oppositori al regime – molti arrivati dopo la Rivoluzione islamica del 1979 – hanno organizzato manifestazioni con le bandiere del leone e del sole e magliette con i volti degli atleti che denunciano essere stati torturati, minacciando di interrompere la gara se quei vessilli entreranno sugli spalti. Dall’altro, non manca chi proverà a sostenere la squadra, vissuta come simbolo della nazione oltre le divisioni politiche. Le immagini dei tifosi in lacrime all’uscita da Tijuana e le parole del commissario tecnico Amir Ghalenoei – “sono orgoglioso di rappresentare l’Iran, il calcio avvicini i popoli” – restituiscono la dimensione umana di una partita che è già molto più di una semplice sfida sportiva.
Per l’Europa e l’Italia, spettatori interessati di un Mondiale che si gioca in casa altrui, la vicenda iraniana assume i contorni di un banco di prova per il futuro delle grandi manifestazioni globali. Analisti di Bruxelles sottolineano come la politicizzazione forzata del torneo – con la FIFA silenziosa di fronte ai divieti di soggiorno, le restrizioni di visto e le strumentalizzazioni diplomatiche – rischi di incrinare definitivamente la pretesa neutralità dello sport. Se la pace annunciata reggerà, la partita contro la Nuova Zelanda potrà essere ricordata come l’inizio di una distensione; se invece le proteste e la sicurezza eccezionale continueranno a segnare ogni tappa, il Mondiale 2026 avrà mostrato al mondo quanto sia fragile il confine tra competizione e conflitto, anche per chi, come l’Italia, guarda da lontano ma si prepara già ai riflettori del 2030.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'arrivo della nazionale iraniana a Los Angeles è stato accolto da misure di sicurezza eccezionali: barriere tattiche circondano l'hotel e la polizia è in stato di massima allerta. I media di Teheran denunciano un trattamento inutilmente intimidatorio, osservando che ad altre squadre non è stata riservata un'accoglienza altrettanto militarizzata.
La nazionale iraniana è atterrata negli Stati Uniti poche ore dopo l'annuncio di un accordo di pace tra Washington e Teheran. L'allenatore ha parlato di calcio che unisce culture e porta gioia, inquadrando la partita come un'occasione di normalizzazione.
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