
Dai fondi islamici all’Erasmus, l’istruzione cerca nuove strade
Una cerimonia a Singapore, una firma a Giacarta, una riforma a Mosca: il 2026 ridefinisce il finanziamento dell’istruzione tra filantropia religiosa, mobilità internazionale e cambi di sistema.
Nel Centro Islamico di Singapore, davanti a una settantina di ospiti, il Majlis Ugama Islam Singapura distribuisce oltre otto milioni di dollari in fondi wakaf: quattro virgola cinque milioni andranno a moschee, madrasa e organizzazioni comunitarie locali; poco meno di quattro milioni attraverseranno i confini. È un gesto silenzioso, quasi rituale, che dice molto sul come, in una metropoli asiatica, la carità religiosa continui a sostenere istruzione e coesione sociale.
Quella stessa settimana, a Giacarta, durante il Congresso degli intellettuali musulmani, il Consiglio degli Ulama indonesiano e la fondazione Sharing Happiness siglano un’intesa per valorizzare zakat, elemosine e altre donazioni a fini educativi e di empowerment. E sempre nella capitale indonesiana, quindici studenti di Economia islamica cominciano un tirocinio collettivo presso l’ente nazionale per la zakat: impareranno la gestione di fondi destinati a redistribuire risorse dentro e fuori la comunità. Dal Sud-est asiatico, dunque, arriva un modello di finanziamento dal basso che non dipende da bilanci pubblici ma dalla fedeltà a un precetto morale.
Dall’altra parte del mondo, però, la geografia delle opportunità passa per canali ben diversi. L’Unione Europea finanzia 78 borse di studio complete su 90 studenti indonesiani selezionati per il nuovo anno accademico del programma Erasmus Mundus, portandoli da Giava e Sumatra ad aule universitarie tra Parigi, Bologna e Leuven. E mentre Bruxelles investe nel capitale umano del partner asiatico, l’Organizzazione degli Stati Americani e l’Università Europea di Madrid riservano 75 sconti del 50% a laureati argentini e latinoamericani per master online in discipline che spaziano dalla bioinformatica alla moda: un’apertura flessibile, digitale, che riduce le distanze senza muovere corpi. Sono, questi, frammenti di una Europa che cerca di proiettare soft power e conoscenza ben oltre i propri confini, anche quando – come nel caso spagnolo – il formato virtuale alleggerisce i costi di un’esperienza internazionale che molti non potrebbero permettersi.
A Mosca, intanto, la mossa è strutturale: il governo annuncia che entro il 2030 tutti gli atenei russi completeranno il passaggio a un nuovo sistema a tre cicli – istruzione superiore di base, specialistica e dottorato – abbandonando definitivamente l’impianto ereditato dal Processo di Bologna. Dodicimila studenti stanno già sperimentando il modello in diciassette università pilota, tra Mosca, San Pietroburgo e l’Estremo Oriente; gli attuali iscritti completeranno il vecchio percorso, mentre le matricole del 2026 inaugureranno la riforma. L’osservatore europeo vi legge non soltanto una questione tecnica, ma il tentativo di un grande Paese di riplasmare in chiave nazionale la formazione delle proprie élite, in un clima culturale che guarda con sospetto alle architetture accademiche concepite nel vecchio continente.
Così, mentre un giovane di Buenos Aires compila un modulo online per un master spagnolo scontato, un coetaneo di Giava prepara la valigia per l’Europa e una studentessa di Tomsk si iscrive a un corso che tre anni fa non esisteva, resta l’immagine di quella sala di Singapore: mani che si stringono, buste consegnate, e la quieta certezza che il sapere, in fondo, si regge sempre su reti di fiducia e risorse condivise.
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