
Bezos rovescia la narrativa: «L’IA non ruberà lavoro, creerà penuria di manodopera»
Al VivaTech di Parigi il fondatore di Amazon sfida i catastrofisti della Silicon Valley e investe in un’intelligenza artificiale per la progettazione fisica.
Jeff Bezos ha scelto il palco di VivaTech, a Parigi, per ribaltare una delle paure più radicate del nostro tempo: l’intelligenza artificiale non cancellerà il lavoro umano, ma al contrario genererà una tale espansione della domanda da provocare una carenza di manodopera. In un intervento che le agenzie internazionali – dalla Reuters al gruppo indiano Times of India, fino ai media russi e argentini – hanno definito sorprendentemente ottimista, il miliardario ha respinto l’idea che l’IA renda le persone «ridondanti». «Siamo limitati non dalla nostra immaginazione, ma da ciò che riusciamo concretamente a realizzare», ha spiegato, dipingendo un futuro in cui la tecnologia moltiplica le capacità esecutive dell’umanità anziché sostituirle.
La scommessa di Bezos ha già un nome e un conto in banca: Prometheus, la startup di IA fondata insieme all’ex dirigente di Google Vic Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari da JP Morgan e Goldman Sachs. L’obiettivo non è un chatbot, ma un «ingegnere generale artificiale» capace di assistere i progettisti nella creazione di oggetti complessi come motori a reazione o veicoli spaziali. Un’intelligenza che, secondo la visione di Bezos, libererebbe tempo e risorse per spingere l’innovazione manifatturiera, aumentando la fame di tecnici, operai specializzati e figure ibride oggi introvabili. La sua Blue Origin, nel frattempo, incarna l’altro tassello del disegno: spostare le industrie inquinanti fuori dall’atmosfera terrestre, trasformando un vincolo ecologico in un nuovo ciclo di investimenti e occupazione.
La prospettiva di Bezos stride con il coro che arriva dalla Silicon Valley. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha ribadito in queste settimane che l’IA potrebbe cancellare metà dei posti di lavoro impiegatizi di primo livello nell’arco di uno-cinque anni, e Sam Altman di OpenAI ha a lungo descritto una «apocalisse occupazionale» di proporzioni colossali. I numeri cominciano a dare corpo ai timori: HSBC, Standard Chartered, Microsoft, Meta e Robinhood hanno già annunciato tagli di organico legati all’automazione, mentre in Asia e in Europa cresce l’allarme per i colletti bianchi. Eppure Bezos rovescia il ragionamento: non è l’IA a distruggere posti, ma la nostra incapacità di immaginare tutto ciò che potremmo produrre se avessimo abbastanza braccia e menti per farlo.
Per l’Italia e l’Europa il dibattito è tutt’altro che astratto. Il tessuto manifatturiero del continente, fatto di medie imprese meccaniche, distretti del lusso e filiere aerospaziali, potrebbe essere il primo banco di prova di un’IA «aumentativa» come quella immaginata da Prometheus. Se la carenza di manodopera qualificata è già oggi un freno alla crescita – dalla Germania al Nordest italiano –, l’automazione intelligente potrebbe colmare vuoti senza espellere lavoratori, a patto che si investa in riqualificazione e in una governance europea capace di orientare la transizione. La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: l’IA distruggerà alcune professioni ripetitive ma ne creerà di nuove, e la differenza la farà la velocità con cui i sistemi formativi e le politiche industriali sapranno adattarsi. Bezos, intanto, ha già puntato i suoi miliardi sulla seconda metà della storia.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Jeff Bezos ha respinto i timori che l'intelligenza artificiale elimini posti di lavoro, affermando che invece aumenterà la domanda di lavoratori e creerà nuove opportunità.
Jeff Bezos ha offerto una visione ottimistica in cui l'IA genera una carenza di manodopera liberando la creatività umana, mentre l'industria spaziale permette di riportare la Terra a uno stato di giardino preindustriale.
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