
Accuse di tortura a Gaza, fondi all’ONU e abusi polizieschi: l’impunità sotto accusa da Sydney a Ottawa
Mentre Canberra indaga su stupri e sevizie contro attivisti pro-Gaza, il Canada ignora i legami tra UNRWA e Hamas, e in Australia la polizia finisce nel mirino per condotte inadeguate.
L’inchiesta annunciata dalla polizia federale australiana sulle accuse di stupro e tortura rivolte a soldati israeliani segna un’escalation senza precedenti nel confronto tra società civile e forze di sicurezza. Undici cittadini australiani, fermati a maggio mentre partecipavano alla Freedom Flotilla diretta a Gaza per rompere il blocco navale, hanno denunciato violenze sessuali con penetrazione digitale, percosse e umiliazioni – tra cui l’obbligo di baciare la bandiera israeliana – durante la detenzione su una nave-prigione. La ministra degli Esteri Penny Wong ha incontrato le attiviste e ha immediatamente coinvolto la polizia federale, che ha aperto un’indagine formale. L’ambasciata israeliana respinge le accuse come prive di «prove credibili», ma la vicenda rischia di incrinare i rapporti tra i due tradizionali alleati, proprio mentre l’attenzione internazionale si concentra sulla crisi umanitaria nella Striscia.
Sul fronte opposto del globo, il governo canadese ha scelto una linea controversa: ignorare i legami tra operatori umanitari e Hamas. A poche ore dal licenziamento di settanta dipendenti dell’UNRWA per presunte attività terroristiche, Ottawa ha stanziato altri cento milioni di dollari per Gaza e Cisgiordania, portando il totale a cinquecento milioni. La decisione, firmata dalla ministra Anita Anand, stride con la posizione di numerosi partner occidentali. L’Italia, ad esempio, ha sospeso i finanziamenti all’agenzia ONU dopo le rivelazioni sul coinvolgimento di suoi funzionari negli attacchi del 7 ottobre, allineandosi a Washington e a diverse capitali europee. Bruxelles ha invece adottato un approccio più cauto, scaglionando gli esborsi e rafforzando i meccanismi di controllo, ma il dibattito resta aperto: continuare a finanziare l’UNRWA significa garantire assistenza vitale a due milioni di palestinesi, oppure equivale a legittimare un’infrastruttura permeabile al terrorismo.
La tensione tra sicurezza e diritti non riguarda solo lo scenario mediorientale. In Australia, due episodi distinti mettono a nudo le falle delle forze di polizia locali. A Ballina, nel Nuovo Galles del Sud, una chiamata d’emergenza che segnalava una donna picchiata dietro un edificio dell’Esercito della Salvezza è rimasta senza intervento efficace: gli agenti non sono scesi dall’auto e, sei ore dopo, il compagno della vittima ha condotto la polizia al cadavere di Lindy Lucena, 64 anni. L’inchiesta interna ha bollato la risposta come «inadeguata». A Wollongong, durante una protesta pro-Palestina davanti a un’acciaieria legata a contractor israeliani, un video mostra un agente spingere a terra una manifestante. La polizia del Nuovo Galles del Sud ha avviato una revisione dell’accaduto, ma l’episodio rilancia il dibattito sull’uso della forza e sulla gestione del dissenso.
Questi frammenti di cronaca, pur geograficamente distanti, compongono un mosaico che interroga l’Europa e l’Italia. La risposta canadese all’UNRWA solleva interrogativi sulla coerenza delle politiche di aiuto: se i fondi finanziano strutture sospettate di collusione con Hamas, il rischio di alimentare il ciclo di violenza è concreto. L’indagine australiana sulle violenze sessuali commesse da militari israeliani, se confermata, potrebbe spingere altri governi a rivedere le proprie relazioni con Tel Aviv, in un momento in cui la Corte internazionale di giustizia già esamina accuse di genocidio. Sul fronte interno, le défaillance delle forze di polizia del Nuovo Galles del Sud – dalla sottovalutazione di una richiesta di soccorso alla gestione repressiva del dissenso – ricordano che la tutela dei cittadini non può essere a geometria variabile. La credibilità delle istituzioni, da Gaza a Ballina, si misura sulla capacità di indagare sé stesse.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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I governi occidentali sono accusati di profonde contraddizioni: finanziano un'agenzia ONU infiltrata da Hamas mentre indagano sulle forze israeliane per abusi. L'ipocrisia è palese: da un lato si ignorano legami terroristici, dall'altro si denunciano violenze da parte di chi combatte quei gruppi. Il risultato è una politica estera incoerente che mina la credibilità occidentale.
La polizia federale australiana ha avviato un'indagine sulle accuse di stupro e tortura da parte di soldati israeliani contro attivisti umanitari. L'inchiesta segue un incontro tra le attiviste e la ministra degli esteri, e si concentra sugli eventi accaduti durante il tentativo di rompere il blocco navale di Gaza.
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